18
marzo

PER AMORE DEL MIO POPOLO: CHI ERA DON GIUSEPPE DIANA

Don Diana

Va in onda questa sera su Rai 1 la prima delle due puntate di Per amore del mio popolo (qui foto e anticipazioni), la miniserie che ripercorre la vita di Don Giuseppe Diana, il prete anticamorra che venne ucciso dalla malavita nel giorno del suo onomastico, il 19 marzo del 1994. Vediamo dunque chi è stato davvero e cosa ha fatto di importante colui a cui presterà il volto per fiction Alessandro Preziosi.

Per amore del mio popolo: la vita di Don Diana

Peppino Diana nacque a Casal di Principe il 4 luglio del 1958 da papà Gennaro e mamma Iolanda, che per vivere lavoravano la terra. Primo di tre figli, entrò nel seminario vescovile di Aversa nel 1968, appena diciottenne, dove conseguì la licenza media e quella classica liceale, che gli fruttò anche una borsa di studio. Successivamente entrò nell’Almo Collegio Capranica di Roma per diventare sacerdote, frequentando i corsi di Filosofia e Teologia nella Pontificia Facoltà Gregoriana.

Ma quel mondo non faceva per lui. Quel clima austero e il distacco dal suo mondo gli stavano un po’ stretti e così tornò a casa, iscrivendosi alla facoltà di Ingegneria dell’università Federico Secondo di Napoli. Ma diede solo un esame, poi decise di andare a Napoli, al seminario di Posillipo. Venne ordinato sacerdote il 14 marzo del 1982. Era responsabile diocesano dell’Agesci, cappellano dell’Unitalsi e accompagnava i malati nei viaggi a Lourdes perché era anche assistente nazionale del settore Foulard Blanc.

Il 19 settembre del 1989 venne nominato parroco della parrocchia di San Nicola a Casal di Principe e subito si rese conto di dover fare qualcosa per aiutare il suo popolo, schiacciato sempre più dalla malavita che arruolava i giovani e per nulla aiutato dagli esponenti politici. La sua schiettezza e i suoi tentativi di cambiare le cose non piacquero ai clan di Casal di Principe, che videro in lui il nemico. Nel 1991 tutti i suoi sforzi trovarono concretizzazione in un documento dal titolo “Per amore del mio popolo”, che lesse dall’altare nel giorno della vigilia di Natale e che, tra le altre cose, diceva quanto segue.

“Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della Camorra.[...]È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi”

Dopo tre anni fu ucciso da cinque colpi di pistola nella sacrestia della sua Chiesa, mentre si preparava a dire messa. Il 4 marzo 2004 la Corte di Cassazione ha condannato all’ergastolo Mario Santoro e Francesco Piacenti quali coautori dell’omicidio, mentre ha riconosciuto come autore materiale dell’omicidio il boss Giuseppe Quadrano, condannandolo a 14 anni, perché collaboratore di Giustizia.

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