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agosto

FICTION RAI: LA DELOCALIZZAZIONE DELLE SERIE TV FA PERDERE OGNI ANNO MILIONI DI EURO AL NOSTRO PAESE

Tipica piazza romana ricostruita in Serbia per Il Restauratore

La missione di Viale Mazzini è molto chiara, tagliare le spese e cercare di rimettere in sesto le casse della Rai. Il nuovo presidente Anna Maria Tarantola, che si è recentemente tagliata lo stipendio, e il D.G. Luigi Gubitosi, costretto a rinunciare al contratto a tempo indeterminato (ma non all’ottima remunerazione di 650 mila euro l’anno), hanno già sfoderato le forbici e sono pronti a sfoltire i rami secchi dell’azienda.

Tagli e risparmi su tutti i fronti, compresa l’offerta televisiva in materia di fiction, genere in grado di garantire grandi ascolti, ma allo stesso tempo tra i più costosi per quanto concerne la realizzazione. Per arginare gli enormi costi, seguendo la moda di altre aziende italiane, da alcuni anni anche la Tv di stato ha scelto di trasferire buona parte delle proprie produzioni all’estero, o meglio ancora, trattandosi di fiction realizzate da società esterne, di finanziare serie e miniserie da realizzare interamente o in parte fuori dall’Italia.

Una scelta in parte comprensibile ma che lascia l’amaro in bocca se si pensa alle enormi somme di denaro pubblico che anziché finire nelle mani delle maestranze italiane escono dai confini nazionali. Il Clic (Coordinamento Lavoratori Industria Cineaudiovisivo) attraverso petizioni e manifestazioni sotto il palazzo di Viale Mazzini, da tempo denuncia la situazione, criticando la realizzazione di progetti finanziati dall’ente pubblico (quindi con investimento e relativo rischio d’impresa quasi nulli), che servono solo a trasferire risorse e garantire occupazione estera.

Tra gli esempi più clamorosi troviamo la fiction Terra Ribelle, ambientata in Toscana ma girata in Argentina. Secondo i calcoli del Clic la serie con protagonista Rodrigo Guirao Diaz avrebbe prodotto una perdita stimabile di 2 milioni 160mila euro di reddito ai lavoratori e di 2 milioni 103mila euro all’industria. Cifre importanti, alle quali vanno aggiunte le consistenti perdite per l’erario in termini di contributi (Iva, Irpef, etc.). Se fosse stata girata in Maremma e non nella Pampa, Terra Ribelle avrebbe fatto entrare nelle casse dello Stato qualcosa come 1 milione 975mila euro.

Cifre importanti, dunque, che vanno moltiplicate per le decine di produzioni Rai delocalizzate in giro per il mondo. L’elenco delle fiction “spacciate” come made in Italy ma realizzate all’estero è, infatti, lunghissimo. Non basterebbe un intero articolo per citarle tutte. In Tunisia la Lux Vide ha recentemente realizzato per Rai1 le miniserie Maria di Nazareth, andata in onda durante le passate feste Pasquali, e Santa Barbara, quest’ultima prevista per il tardo autunno con protagonista Vanessa Hessler. In Bulgaria, già set de Il Generale della Rovere, sono attualmente in corso le riprese di Un Caso di Coscienza 5 con Sebastiano Somma e la new entry Vittoria Belvedere. La Serbia ha fatto invece da sfondo alle avventure tutte milanesi de Il Commissario Nardone (in autunno su Rai1), a quelle de Il Restauratore (realizzate negli stabilimenti della Film87 di proprietà del napoletano Piero Amati), e proprio in queste settimane alle vicende di Paura D’amare 2.

Franco Ragusa, portavoce del Clic, intervistato alcune settimane fa da IlFattoQuotidiano.it ha dichiarato:

“E’ un’ingiustizia portare via tutta quella ricchezza, generata con i soldi dei contribuenti, che potrebbe invece promuovere crescita e occupazione in Italia. Se delocalizzare può avere un senso logico secondo il ristretto punto di vista della Rai, non ne ha però alcuno dal punto di vista del sistema Paese”

Dichiarazioni più che condivisibili se si considera che, tra maestranze sul set, figuranti, strutture, teatri di posa, trasporti, alberghi, ristoranti, sicurezza e decine di altri servizi, intorno ad una fiction ruota un’intera economia. In un momento come quello attuale, con gli stabilimenti nostrani, compresi i più produttivi e noti (vedi Cinecittà), in grave difficoltà, la scelta Rai di delocalizzare buona parte delle produzioni sta creando un malessere crescente tra gli addetti ai lavori. Una situazione che i nuovi vertici di Viale Mazzini non possono non tenere in considerazione nelle future strategie aziendali.

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4 Commenti dei lettori »

1. Giuseppe ha scritto:

4 agosto 2012 alle 18:34

Purtroppo anche la produzione televisiva non si sottrae alla logica del resto della produzione industriale. Al minimo accenno di critica gli imprenditori hanno sempre risposto che nell’era dell’economia globale la delocalizzazione è l’unico modo per evitare la chiusura delle proprie aziende. I risultati effettivi di questa scelta , come spiega molto bene il post, sono eloquenti.



2. Cristian Tracà ha scritto:

4 agosto 2012 alle 19:03

tra l’altro è un controsenso rispetto alle agevolazioni fiscali tipo tax shelter



3. lele ha scritto:

6 agosto 2012 alle 10:45

se la rai produce all’estero evidentemente vuol dire che in italia costa troppo. E poi dovete considerare che ogni produzione è in parte finanziata da soldi pubblici, ma una grossa fetta ce la mette anche mamma rai con i suoi guadagni che alla fine vuole guadagnarci qualcosa (dunque un po’ di rischio d’impresa c’è)

ps
la rai non è un ente pubblico



4. lele ha scritto:

6 agosto 2012 alle 10:59

questo fatto sta a testimoniare che è impossibile conciliare attività d’impresa privata e servizio pubblico.



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