3
ottobre

Riforma Franceschini, approvato il decreto su film e fiction italiane in TV. Contrari i broadcaster (a ragione!): «Imposizioni insostenibili e ricadute drammatiche»

Dario Franceschini

Più spazio ai film e alle produzioni italiane in prime time: il Governo ha detto sì. Il Consiglio dei Ministri ha approvato oggi lo schema di decreto legislativo di modifica delle quote di investimento dei broadcaster in opere europee di produttori indipendenti. Le emittenti italiane dovranno aumentare la quota di film e fiction italiane in prima serata (e quindi gli investimenti), pena forti sanzioni. Ad annunciare il via libera è stato il Ministro dei Beni e delle Attività Cultuali e del Turismo Dario Franceschini, che nei giorni scorsi aveva ricevuto le critiche dei principali editori tv operanti in Italia. Ecco cosa prevede la norma appena approvata.

Riforma Franceschini, obblighi di programmazione

Il testo di modifica all’articolo 44 l’articolo 44 del Tusmar (Testo unico della Radiotelevisione) prevede che, a partire dal 2019, almeno il 55% degli sceneggiati televisivi dovranno essere prodotti da case europee (il 60 per cento dal 2020). Il rispetto delle percentuali si riferisce all’intera giornata di programmazione. Nel prime time (inteso come fascia 18-23) una quota del tempo settimanale di diffusione dovrà essere riservata a film, fiction, documentari e cartoni italiani: 12% per la Rai, 6% per gli altri fornitori. Si tratta di un film o fiction o documentario o animazione italiani a settimana. Per la Rai, invece, l’obbligo è di due opere italiane a settimana, di cui una cinematografica. Resta da capire se e in quali termini le norme riguarderanno anche il comparto dell’intrattenimento, che non è certo secondario a quello della produzione cinematografica quando si parla di tv.

È prevista una moratoria del 2018 per consentire ai fornitori di servizi media il progressivo adeguamento alla nuova disciplina. Il decreto anticipa inoltre quanto previsto nel nuovo testo della direttiva EU sui “servizi media e audiovisivi”, in via di definizione, e introduce obblighi di programmazione e investimento anche per le piattaforme on demand come Netflix e Amazon.

Riforma Franceschini, obblighi di investimento

Le norme contenute nel decreto Franceschini, che sono state oggetto di variazioni dopo le proteste sorte rispetto alla bozza iniziale, prevedono anche degli obblighi di investimento. La quota di investimento riservata all’acquisto (o al pre-acquisto o alla produzione) di opere europee da parte delle emittenti private è pari ad almeno il 10% (quota elevata al 12,5 % dal gennaio 2019 e al 15% dal 2020). All’interno della quota complessiva prevista per le opere europee, il decreto riserva direttamente alle opere cinematografiche italiane la quota minima del 3,5% degli introiti netti annui (oggi la quota è al 3,2%). Tale percentuale verrà ulteriormente alzata al 4% per il 2019 e al 4,5 % a decorrere dal 2020.

Discorso a parte va fatto per la Rai, per la quale i minimi si alzano in modo netto. Il servizio pubblico dovrà investire in produzioni europee per almeno per almeno il 15% dei ricavi complessivi annui. Tale quota verrà elevata al 18,5% dal gennaio 2019 e al 20% dal 2020. All’interno della quota complessiva prevista per le opere europee, il decreto riserva direttamente alle opere cinematografiche italiane la quota minima del 4% (oggi è al 3,6%) dei ricavi complessivi netti. Tale percentuale è innalzata al 4,5% per il 2019 e al 5 % a decorrere dal 2020.

Riforma Franceschini, sanzioni

Sono inoltre previste pesanti sanzioni per chi non si adeguerà: sarà l’Agcom a verificare il rispetto degli obblighi e a comminare le sanzioni, che il decreto aumenta sensibilmente fino a un massimo di 5 milioni di euro o il 2 per cento del fatturato. Ma, anche in questo caso, si tratterebbe di ‘quote’ ridimensionate rispetto alla prima bozza del provvedimento.

Riforma Franceschini, il no dei broadcaster

Nei giorni scorsi, Rai, Mediaset, La7, Sky, Discovery, Viacom e Fox avevano scritto al Ministro Franceschini parlando di “imposizioni insostenibili per gli operatori“, prospettando il rischio di “compromettere un sistema che in questi anni ha costruito valore per tutti gli operatori“. Secondo gli editori, le quote previste dalla riforma e gli obblighi di programmazione in prima serata sarebbero un limite alla loro autonomia imprenditoriale e comporterebbero “ricadute drammatiche” su tutto il settore, “anche e soprattutto a livello occupazionale“.

Alla fine, però, Franceschini non si è fermato (“Le riforme comportano sempre proteste, non mi stupisco“) ed ha portato il decreto legislativo di modifica al Tusmar all’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri. Il testo passa ora alle Commissioni parlamentari, al Consiglio di stato e alla Conferenza stato Regioni per i pareri di merito.

Condivi questo articolo:
  • Facebook
  • Twitter
  • Digg
  • Wikio IT
  • del.icio.us
  • Google Bookmarks
  • Netvibes

, ,



Articoli che potrebbero interessarti


Gomorra
Serie tv sulla mafia, Nicola Gratteri: «Ragazzi imitano i personaggi». Giusto monito, ma no alle censure


Elio Germano in In arte Nino
Basta Santi, la fiction biografica punta sui personaggi famosi


don-matteo
BOOM! Rai 1 pensa alla fiction per il sabato sera (contro C’è Posta Per Te)


Sirene
Sirene: Rai 1 rischia grosso e si dà al fantasy

4 Commenti dei lettori »

1. RoXy ha scritto:

3 ottobre 2017 alle 17:21

Questo decreto mira unicamente a garantire un lavoro ed un reddito certo a quei quattro attoruncoli da strapazzo delle fiction italiane che sono tutti endorsatori o militanti del PD.



2. giovanni ha scritto:

3 ottobre 2017 alle 17:34

Tra poco ci diranno anche quanto pane dobbiamo mangiare, tipico da pseudocomunisti falliti

Un decreto del genere avrebbe fatto ridere nel 1954, nel 2017 fa cascare braccia, gambe, e tutto quanto. Gente, non votate MAI a sinistra. MAI.

Per me alla fine sarà ovviamente una nuova tassa mascherata, saranno 5 milioni per broadcaster tolti al sistema (altro che incentivi) perché figurati se Sky si mette a peggiorare i palinsesti per far contento Franceschini.



3. Ba Lordo ha scritto:

3 ottobre 2017 alle 17:56

C’è forse qualcosa di peggio di una fiction italiana? Forse solo il teleflim francese di La7 Josephine, o le telenovele spagnole di Canale 5. Eppure di Italia, Francia, Germania e Spagna si riempiranno i palinsesti dal 2019 secondo quanto leggo…
Tutto spingerà inevitabilmente l’utenza che se lo può permettere (vuoi per tecnologia necessaria, vuoi per soldini da spendere – seppur pochi) a ricorrere alle piattaforme streaming per vedere prodotti decenti (Usa) o qualitativamente alti (UK).
In tv resteranno i Terence Hill e i Nonno Libero che dovremo comunque pagare sulla bolletta della luce.



4. Paolo ha scritto:

4 ottobre 2017 alle 07:45

Penso che con questo decreto la fiction ed i film italiani ne risentiranno parecchio: purtroppo la parola QUANTITÀ non va a braccetto con la parola QUALITÀ… ricordo anche che alcune tra le grandi serie sono co-produzioni europee, quindi “ibride”: che ne sarà di queste?
Fate un decreto per aumentare i fondi per i giovani registi e attori che, seppur bravi, non hanno le conoscenze e le raccomandazioni giuste per poter mostrare il loro talento!



RSS feed per i commenti di questo post

Lascia un commento


Se sei registrato fai il login oppure Connetti con Facebook

Per commentare non è necessaria la registrazione, tuttavia per riservare il tuo nickname e per non inserire i dati per ciascun commento è possibile registrarsi o identificarsi con il proprio account di Facebook.