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ottobre

MATTEO GARRONE: FATTE LE DOVUTE PROPORZIONI, CAMORRA E TELEVISIONE SONO PERICOLOSE UGUALE

Matteo Garrone

In questi giorni nelle sale con Reality, il film sul genere televisivo che più ha impressionato l’immaginario collettivo degli anni Duemila (e che probabilmente troveremo come cifra sociologica indicata per capire in futuro questo decennio così ambivalente e complesso), Matteo Garrone in un’intervista a Max si lascia scoprire e prova a spiegare meglio la sua avventura di regista, spiazzando con qualche gioco di similitudine.

Già da qualche mese aveva cercato di spiegare che non si trattava di una specifica pellicola contro il Grande Fratello, capro espiatorio preferito per ogni problema, anche perché sarebbe stata un’operazione di cliché e di corto respiro, visto l’apparente tramonto del fenomeno, uscito di scena in attesa di una revisione alla carrozzeria.

Per il nuovo film si è piuttosto sempre parlato di una sorta di Pinocchio dalle tinte postmoderne, come se il Gatto e la Volpe, fiere allegoriche di Collodi, avessero passato il testimone a quel grosso calderone di distrazione di massa, chiamato per l’appunto reality show. In effetti visto col senno di poi l’apogeo della televisione della realtà riporta alle lunghe code dei casting più disparati per la ricerca della popolarità a tutti i costi. Seguiamo però le riflessioni dell’autore per immagini di Gomorra per addentare meglio il nocciolo della questione speculativa:

”Fatte le dovute proporzioni, camorra e televisione, sono pericolose uguale. Non siamo più esseri pensanti ma compranti. Non ci accontentiamo più della celebrità, ma siamo pronti a rinunciare alla nostra vita per avere un posto in un paradiso che è solo quello televisivo. Viviamo nel paese dei balocchi.”

Parole che a primo impatto possono sembrare tremendamente severe, anche per una maestra che sa essere cattiva, se non si ha la pazienza di leggere tra le righe. Basterebbe, per non restare interdetti al cospetto di tale assimilazione, guardare con attenzione alla trasformazione del paesaggio italiano, sempre più dominato dai non luoghi di non aggregazione, in corrispondenza proprio del periodo di maggiore fioritura dell’illusione della popolarità capillare e della democratizzazione dell’agio da benessere.

L’inversione di rotta dell’economia poi ha pensato da sé a far accartocciare i sistemi artificiali di consumo e la diversa distribuzione dello share mediatico può dimostrare il generale cambio di tendenza. Aspetti che Garrone forse avrebbe dovuto considerare con più insistenza nella sua disamina, per quanto rimangano iceberg territoriali ancora legati a quel modello. La sua Apocalisse in fondo è sfumata nelle tinte pessimistiche; senza il giro di vite dell’ultimo periodo forse il regista avrebbe concluso diversamente la storia di Aniello e non avrebbe dichiarato:

l’ipotesi più tragica l’abbiamo scartata. L’abbiamo accantonata perché non volevamo dire che la televisione uccide…”

Interessante altresì scoprire, con una buona dose di sorpresa, tra le pagine dell’intervista che per poco le fatiche cinematografiche e il suo talento non abbiano incrociato la strada di una figura che riesce ad affascinare trasversalmente, comunque la si pensi, come Fabrizio Corona:

Diciamo che con Fabrizio è stato un flirt. Di Corona mi affascinava il rapporto tra persona e personaggio: non sarebbe stato un film su di lui, ma lui avrebbe unito storie legate alla cronaca recente. Mi sono disamorato perché mi sarei scontrato con immagini ancora troppo presenti nella testa e negli occhi della gente.”

Non si va, con questo leitmotiv, molto lontano dal pasolinismo di maniera ma forse e’ necessario per svegliare le coscienze assopite di un Paese passivo nelle proposte di cambiamento che scavalchino la semplice protesta del qualunquismo, per suonare il famoso piffero della Rivoluzione repetita iuvant, fatte le dovute eccezioni e proporzioni. Aggiungendo anche le eccezioni il discorso sarebbe stato sicuramente più inattaccabile.

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2 Commenti dei lettori »

1. Giuseppe ha scritto:

3 ottobre 2012 alle 05:21

Non ho ancora visto il nuovo film di Garrone per poter esprimere un giudizio. L’assimilazione della televisione alla camorra più che tremendamente severa mi parrebbe piuttosto banale, in quanto da decenni siamo abituati a sentir giudicare questo medium come specchio deformante della realtà atto a vellicare i nostri peggiori istinti e desideri e a immergerci in una sorta di oblio delle coscienze. Mi auguro che il film sfugga a questo genere di semplificazioni.



2. Nina ha scritto:

3 ottobre 2012 alle 10:24

Certo che la gente quando gli metti davanti un microfono ne dice di cavolate.



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