27
settembre

Squid Game: dalla Corea una serie Netflix in cui si muore (male) con i giochi d’infanzia

Squid Game - Lee Jung-jae

Squid Game - Lee Jung-jae

Quando si pensa di aver già visto quanto di più crudele e spietato ci possa essere, ecco che il mondo delle serie tv alza l’asticella, e lo fa colpendo i punti deboli, i nervi scoperti, giocando con l’innocenza che è in ognuno di noi e che è lì, pronta a ritorcersi contro. E’ Netflix a sconvolgere lo spettatore, con la sorprendente serie sudcoreana in nove episodi, e con i soli sottotitoli in italiano, Squid Game.

Lo squid game è il gioco del calamaro, un’attività che tiene impegnati i bambini asiatici nelle noiose giornate estive; una sorta di lotta, nella quale uno gioca in attacco e l’altro in difesa e vince chi riesce a spingere fuori il proprio “nemico” dal campo. Peccato che a giocare nella serie tv non siano i bambini, ma poveri disgraziati senza soldi, coperti di debiti, che accettano di prendere parte a un progetto segreto nel quale saranno impegnati in gare di “Un, due, tre, stella!” tutt’altro che rilassanti: su 456 partecipanti, infatti, solo uno vince e… sopravvive.

Gli altri muoiono, trucidati da una bambola gigante e assassina, in laghi di sangue che si accompagnano a scene di violenza feroce, scatenata nei concorrenti dalla paura o dall’avidità. Tutti sono nemici di tutti, tutti hanno un motivo per andare avanti e il motivo principe per il quale si può rischiare la vita e augurarsi la morte degli unici essere umani che ti restano intorno, sono i soldi.

I giocatori accettano la sfida perchè il premio in palio per il trionfatore è di 45.600.000.000 won (circa trentatrè milioni di euro). E, dopo aver appurato le crudeltà e i pericoli ai quali sono sottoposti, possono anche ritirarsi, ma molti non lo fanno, perchè la vita che li aspetta, tra creditori e famiglie distrutte, può essere addirittura peggio.

Un concentrato di miseria e angoscia ben reso dagli interpreti che, lungi dal potersi confondere gli uni con gli altri agli occhi di un occidentale, hanno un’espressività incredibile e riescono a stimolare una forte empatia. Il protagonista è Lee Jung-jae nei panni di Seong Gi-hun, figlio scapestrato, padre per forza di cose assente e accanito scommettitore alle corse dei cavalli, che decide di tentare un nuovo gioco che gli cambierà la vita.

L’umanità di Gi-hun, che resiste alla morte, al dolore, alle vessazioni e alla sfortuna, risplende in questo racconto buio, cupo, che lui è capace di alleggerire con una positività che non si sa dove trovi. E che non perde neanche nel finale, che vi sveliamo; ovviamente, se non desiderate spoiler, terminate qui la lettura.

Squid Game: come finisce (spoiler)

Gi-hun e Cho Sang-woo (Park Hae-soo) si sfidano nel duello finale: il primo decide di ritirarsi per salvare la vita al secondo che, però, non potendo tornare alla vita di prima senza il premio, decide di suicidarsi. Gi-hun intasca dunque la vincita, ma dopo un anno passato a rimuginare su quanto accaduto e a ripensare ai compagni di gioco, con i quali aveva stretto dei rapporti umani e che sono ormai tutti morti, decide di donare buona parte della somma alla madre di Cho Sang-woo e al fratellino della borseggiatrice Kang Sae-byeok (Jung Ho-yeon), spronandoli a restare insieme e formare una famiglia. A sorpresa, viene contattato dall’ideatore del mostruoso gioco, che si rivela essere il giocatore numero 1, l’anziano Oh Il-nam (Oh Yeong-su), malato terminale: l’uomo, che ha creato questo passatempo per divertirsi insieme ad altri uomini ricchi e annoiati come lui, gli propone un ultimo gioco e lo perde. Gi-hun, che ancora si fida dell’animo umano, vorrebbe raggiungere la figlia in America ma, quando scopre che il sistema sta reclutando nuove vittime, prima cerca di fermarlo e poi si iscrive nuovamente. Lasciando la strada aperta per una nuova stagione.

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