3
gennaio

IL COLLEGIO: POCO-DOCU, PER NIENTE-REALITY, PIU’ FICTION A LA TARALLO

Il Collegio - Dimitri Iannone e Filippo Moras

Il Collegio - Dimitri Iannone e Filippo Moras

Evidentemente non aveva tutti i torti il nostro Giovanni Rossi quando nella sua recensione de Il Collegio scriveva che “la piccola grande pecca [del programma di Rai 2] è che la maggior parte dei ragazzi sembrava avere la consapevolezza di doversi adattare alla telecamera con la coscienza di cosa il pubblico si aspettasse e di cosa il pubblico gradisse“. Il poco-docu perniente-reality di Rai 2, che non mi è comunque dispiaciuto affatto, ha avuto sin da subito degli elementi che ne hanno minato la genuinità senza, tuttavia, comprometterne totalmente la resa televisiva.

Se il montaggio ha svelato – a parere di chi vi scrive – delle difficoltà in fase di produzione (mancano un filo conduttore e una sequenza temporale a tutto il racconto) e il programma era, più in generale, troppo scritto, ad aggiungere un tassello chiarificatore è Giulio Pasqui, il quale su Blogo scrive che nove dei diciotto protagonisti sono attori (in realtà da un veloce controllo a noi risultano di più!). Non sarebbe, dunque, bastato definire il programma docu-fiction, eliminando il problema dalla base? Nel caso specifico una docu-fiction à la Tarallo, viste le peculiarità dei protagonisti selezionati.

Ciò che non viene capito da chi fa tv, ormai, è che il pubblico detesta essere preso in giro; ed anche quando, come in questo caso, il prodotto è godibile, si rischia di inficiarne pure la godibilità per aver semplicemente arruolato dei protagonisti già avvezzi al mezzo, ma spacciando il prodotto come docu-reality e, calcando ancor più la mano, come ‘esperimento di ritorno al passato’.

La questione, in realtà, è più profonda e riguarda i casting. Ci sono, infatti, programmi per i quali il casting ha un ruolo fondamentale poichè si fondano sulle persone che vi prendono parte e sulle loro personalità. Ma vuoi per questioni di incapacità, vuoi per questioni di budget o, ancora, per questioni di tempo, alla fase del ‘recruiting’ non vengono dedicate le necessarie risorse. Si preferisce, così, affidarsi spesso e volentieri ad agenzie che forniscono le figure cercate, così come studiate dalla produzione. Cosa che snatura fortemente un prodotto che vuol essere docu-reality, anche e soprattutto in considerazione delle figure assoldate da queste agenzie, spesso ricettacolo di ‘disposti a tutto’ pur di avere i propri 15 minuti di gloria.

Ma questa è un’altra storia. Ancora più desolante.

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