14
maggio

Più serie meno serie

Serie Tv

Serie, serie e ancora serie. Negli ultimi anni, le molteplici possibilità di fruizione e l’abbattimento dei confini geografici e tecnologici hanno spalancato al telespettatore una finestra di opportunità mai vista. Se la domanda si è alzata, tuttavia, l’offerta è assai carente. A dispetto di quel che si può pensare, siamo ben lontani dalla golden age e anche la cosiddetta peak tv ha il fiato corto (il numero di serie prodotte in America va riducendosi).

Si registra in primis un “fenomeno ossimorico” per il quale definiamo ‘più serie meno serie’ ossia all’aumentare delle serie tv è corrisposto un allontanamento dai cardini distintivi del genere. L’avvento degli streamers ha rotto i rigidi schemi in termini di durata e numero degli episodi ma ha anche centellinato i racconti. E’ tramontata l’era delle stagioni lunghe 22 (o 24) episodi tipiche delle tv generalista Usa. Serie che tenevano compagnia tutto l’anno e ti entravano in testa puntata dopo puntata. 10 anni fa, Julianna Margulies ritirando l’Emmy, come migliore attrice per The Good Wife (che è rimasto uno degli ultimi drama con la D maiuscola della generalista), sottolineava come fosse difficile per un prodotto della tv tradizionale andare avanti per 22 episodi a dispetto della concorrenza. Ora la situazione è addirittura peggiorata e anche i classici network hanno iniziato a contenere la lunghezza delle stagioni (a influire, chiaramente, anche Covid e scioperi).

Brevità a parte, il nuovo modello seriale si compone di un pullulare di ‘limited series‘ che in molti casi sono film lunghi stiracchiati. Le leggi dello streaming impongono una forte orizzontalità che, a meno che non si tratti di una soap, è difficile da mantenere a lungo tenendo alta o accettabile la qualità. Il rilascio in modalità binge watching, o con un certo ritmo, rende inoltre poco sostenibile lanciarsi in episodi su episodi. Spalmare le ore seriali su titoli diversi significa irrorare la piattaforma di prodotto fresco dando maggiore sensazione di ricchezza dell’offerta e minimizzare il rischio.

A ciò aggiungiamo il fatto che le serie americane hanno perso un po’ il passo accartocciandosi su se stesse tra algoritmi streaming e invecchiamento del pubblico della tv lineare.  Le serie di cui tutti parlano sono sempre più spesso provenienti dalla Spagna, dalla Corea o dalla Turchia, paesi vicini alla realtà e/o ai bisogni del pubblico.

Quanti sono gli ultimi titoli Usa di grande impatto sia a livello di pubblico che di critica? E pensare che 20 anni fa, pochi mesi dopo la fine di Friends (6 maggio 2004), sulla generalista americana debuttavano Dr House, Desperate Housewives e Lost. Oggi, migliaia di serie dopo, paradossalmente tali vette sembrano un miraggio.

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