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aprile

Chiamami Ancora Amore, Rai1 racconta l’aborto e le insidie della maternità. Greta Scarano: «Io sono stata molto attenta a non fare figli»

Chiamami Ancora Amore - Greta Scarano e Simone Liberati

Chiamami Ancora Amore - Greta Scarano e Simone Liberati

Chissà che ne penserà il Moige: con Chiamami Ancora Amore, la fiction in tre puntate in onda da lunedì 3 maggio e presentata questa mattina alla stampa, Rai 1 abbandonerà ogni cautela con una storia che affronta un tema scomodo e delicato come l’aborto, e osa raccontare la maternità come rinuncia e non solo come stato di grazia. Una scelta importante, che potrebbe creare un prima e un dopo.

Le donne sono da anni il centro della fiction Rai e, benchè imperfette e a volte autodistruttive, sono sempre state disegnate mettendone in luce i pregi e un po’ in ombra i difetti, perchè in qualche modo dovevano diventare delle eroine. Anna (Greta Scarano), la protagonista femminile di Chiamami Ancora Amore, non lo è: è una donna che non riesce ad impedirsi di trasformare l’amore in odio, di mettere a rischio, al pari del marito Enrico (Simone Liberati), la serenità del figlio, posto al centro di un conflitto legale distruttivo e pericoloso per tutti loro.

Il regista Gianluca Maria Tavarelli ha sentito il bisogno di ringraziare la Rai per la possibilità di raccontare questa storia in modo totalmente libero, senza censure, e gli fa eco l’autore Giacomo Bendotti, che ha anticipato alcuni dei temi più scottanti affrontati in questa fiction, che in qualche modo richiama alla mente la pellicola americana Kramer contro Kramer. In particolare quello della pillola RU, un farmaco abortivo che si assume per via orale.

“In un paese che si suppone civile esiste per le donne un percorso a volte tortuosissimo e pieno di ostacoli per arrivare a fare una cosa che dovrebbe essere del tutto naturale e garantita. Adesso forse in alcune regioni è diverso ma la pillola RU si dà di fatto negli ospedali semplicemente per rendere più difficile il processo di assunzione della pillola abortiva. Quindi questo obbligo dei tre giorni del ricovero in ospedale in realtà non ha alcuna ragione di esistere se non quello di impedire l’autodeterminazione di una donna che vuole abortire”.

Parole forti che, unite alle sincere e schiette dichiarazioni sull’argomento maternità rilasciate da Greta Scarano, danno a questo thriller familiare un valore in più. Trasformandolo anche in denuncia sociale e in un’indagine sul ruolo della donna nella famiglia e nella società, sulla parità dei sessi che parità non è, sulla legittima consapevolezza che non fare figli è un diritto.

“Anna è una donna molto distante da me, è una che ha rinunciato a fare quello che voleva fare nella vita, cioè il medico, per laurearsi subito perchè ha un figlio di cui prendersi cura. Io personalmente sono stata molto attenta a non fare figli proprio perchè la mia carriera e la mia realizzazione personale è sempre stata messa per me al primo posto [...] Un figlio non rientrava nei miei piani e non rientrava neanche nei piani di Anna, per questo il suo mondo viene così sconvolto”.

La lotta per la tutela di quel figlio, una volta finito l’amore, diventa dunque l’occasione per scoprire cosa non ha funzionato, quanta insoddisfazione e quante rinunce ci fossero anche dietro alla felicità degli inizi. E di Anna e del marito viene raccontata l’umanità e la normalità attraverso i difetti e gli sbagli, non macroscopici ma destinati a lasciare tracce dolorose, senza vergogna, senza remore. In un percorso distruttivo che, tuttavia, diventa cura, perchè Anna vivrà in modo catartico con suo figlio il senso di colpa che prova a sua volta nei confronti della madre, anche lei costretta a rinunciare alle proprie ambizioni per crescerla. Mentre la Scarano, anche dopo averla interpretata, ha consolidato l’idea di voler crescere qualcuno, magari attraverso un’adozione.

Una fiction destinata a far discutere, insomma. Del resto, i tempi cambiano ed era tempo che certi tabù venissero sdoganati, anche nella tv di Stato.

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