11
ottobre

Roberto Saviano a DM: ecco la differenza fondamentale tra l’intervista di Vespa a Riina su Rai 1 e la mia a Prestieri sul Nove

Roberto Saviano, Kings of Crime

Omicidi efferati, vendette, ritorsioni ed arresti. Ma anche evasioni spettacolari e soldi. Tanti soldi. Roberto Saviano racconta i re del crimine in tv, ne svela le vite e le malvagie ossessioni. In prima serata sul Nove, lo scrittore campano sta presentando Kings of Crime, una serie factual prodotta da ZeroStories con Discovery Italia e dedicata alle vicende dei boss delle tre delle organizzazioni criminali più potenti e spietate al mondo: camorra, cartelli della droga messicani e ‘ndrangheta. Nella seconda puntata (in onda stasera, 11 ottobre, alle 21.15), la storia del re dei Narcos, El Chapo. La sua ascesa e il suo rocambolesco declino. Abbiamo chiesto a Saviano cosa lo abbia spinto a documentare ed accomunare certi profili criminali diversi tra loro solo in apparenza, ma anche il motivo di alcune sue scelte televisive o di contenuto. Ne è uscito un approfondimento ricco di spunti.

Roberto, perché ha sentito la necessità di raccontare le vite dei boss?

Per conoscere la storia di un paese non è sufficiente studiare quella delle sue istituzioni, ma è necessario anche sondare la parte sommersa, scavare tra gli atti giudiziari e cercare di venirne a capo. Le organizzazioni criminali sono consorzi criminal-imprenditoriali che non hanno sofferto la crisi economica, basando il loro core business sul monopolio del traffico di stupefacenti. Con i proventi di quello invadono ogni altro settore. Non raccontare questo meccanismo e non raccontare i protagonisti significa conoscere la storia a metà.

Così non corre il rischio di mitizzare questi ‘re del crimine’? Lei stesso, nella serie, ricorda che “attraverso i media, i boss cercano di essere consacrati come mito”.

Nelle biografie dei boss, che si tratti di resoconti giornalistici o di fiction, una parte di chi osserva finirà necessariamente per specchiarsi. E specchiarsi significa che non esiste emulazione possibile perché la strada intrapresa era già la medesima. Chi ha gli strumenti per non immedesimarsi nel racconto – immedesimarsi in efferati assassini, che passano la vita a nascondersi non è una dinamica scontata – ha anche gli strumenti per tenersi lontano da quei mondi. E la lontananza non è fisica. Avrà sentito dire infinite volte: “A Scampia, a Napoli ci sono tante persone per bene”. Non esiste affermazione più vera di questa. In terra di mafia, di camorra, di ’ndrangheta esistono gli anticorpi più efficienti contro l’illegalità perché chi vive lì sa esattamente come vivono gli affiliati. E sanno benissimo che nonostante le pochissime prospettive e le scarsissime opportunità la scelta criminale è la meno percorribile perché è in qualche modo la negazione della vita stessa. Quindi io non vedo alcun rischio emulazione: tanto più che le vite dei boss non sono raccontate come vite da leoni, ma come vite da topi, costretti a nascondersi, a sacrificare la famiglia, anche fisicamente, in nome di un potere che dovranno esercitare nell’ombra senza potersi fidare di nessuno, e di un denaro che non potranno godersi.

Definire, come accade nel titolo del suo programma, “Re” un criminale, non contribuisce a dargli una connotazione positiva?

Beh, re del crimine, non c’è alcuna accezione positiva. Se io le parlo di “re del narcotraffico” di “re del traffico di rifiuti illegali” di “re dell’evasione fiscale” secondo lei sto invitando a spacciare, a trafficare in rifiuti tossici, a evadere le tasse o le sto raccontando di chi lo ha fatto e, facendolo, ha superato tutti gli altri?

C’è un aspetto che accomuna i criminali che racconta? E la principale differenza?

Quello che li accomuna è la spietatezza, l’ossessione per il potere e l’esser capaci di sacrificare tutto in nome di quell’ossessione. E per tutto intendo tutto, persino le vite dei figli. Le differenze sono dovute prevalentemente al fatto che questi boss appartengono a organizzazioni diverse, quindi rispecchiano diverse mentalità criminali: ad esempio Maurizio Prestieri, boss di Secondigliano divenuto collaboratore di giustizia, ha raccontato l’ostentazione della ricchezza, che è tipica dei camorristi (che la fanno diventare uno strumento di affermazione del potere) mentre non è propria degli ‘ndranghetisti, che sono meno esibizionisti, più riservati. In altri casi possiamo parlare, più che di differenze, di diverse declinazioni di una stessa dimensione: ad esempio i boss della ‘ndrangheta ancora oggi sono molto legati a tradizioni, simboli e rituali arcaici, così i narcos messicani, seppure abbiano un immaginario più moderno, contemporaneo, hanno anche loro un “santo protettore” (Jesus Malverde) a cui affidano il loro destino criminale.

Che effetto le ha fatto scoprire che nel covo del Chapo i Marines messicani hanno trovato la copia di un suo recente libro?

Credo gliel’avesse portato Sean Penn, che lo aveva incontrato nel suo nascondiglio nella Sierra qualche giorno prima. Era l’edizione americana e questo avvalora la mia tesi. Il libro, stranamente, era autografato, quindi nei giorni successivi a quella scoperta ho dovuto fornire chiarimenti ai giudici messicani. In definitiva: una rogna. Ora, a prescindere da come siano andate realmente le cose – c’è chi dice che al Chapo ZeroZeroZero lo abbia portato invece il figlio –, non mi stupisce affatto che abbia voluto vedere come viene raccontata la sua vita. Le dico quanto mi hanno sempre riferito colleghi messicani, e so per certo che vale anche per l’Italia: gli affiliati leggono i libri che li riguardano, li leggono in latitanza e anche in carcere (Gomorra lo hanno trovato nel covo di Michele Zagaria e in quello di Francesco Barbato, capo casalese di nuova generazione) perché contengono informazioni che loro stessi spesso ignorano. Le organizzazioni criminali non studiano la loro storia e talvolta non sono in grado di mettere immediatamente in relazione eventi che invece sono legati tra loro. Giancarlo Siani è morto per aver rivelato un patto segreto tra clan, è stato ucciso non solo perché scriveva, ma perché aveva rivelato particolari che non dovevano circolare proprio negli ambienti criminali.

Come giudica il fatto che, ultimamente, si siano dedicate molte serie tv o film proprio alle figure di mafiosi o narcotrafficanti?

Se penso all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, non si contavano, tra le produzioni italiane, film che riguardavano Napoli, la sua periferia, la sua criminalità. Film drammatici, film d’animazione, film comici che però hanno sullo sfondo il racconto amaro di una terra in guerra perenne. Sono felice che questo accada perché credo che il racconto sia ciò che serva per portare attenzione e consapevolezza. Constato con amarezza che sono l’unico, quando racconto, a essere accusato di diffamare la mia terra. È, immagino, il prezzo che devo pagare per la mia visibilità.

Sul Nove il suo programma non rischia di essere penalizzato rispetto ad altre reti che magari hanno un pubblico più consolidato?

Ho smesso di considerare lo share come uno strumento per capire dove raccontare e cosa. Credo che sia molto più importante avere libertà nel lavoro e una squadra appassionata. La qualità non solo vince, ma resta.

Nella serie parla ad una platea di universitari. Ma, in generale, le sembra che i giovani italiani davvero siano attenti al tema dell’antimafia? Non saranno mica più attratti dal potere e, nel caso specifico, da un potere malato come quello che racconta?

I giovani in generale sono attenti a tutto, dipende naturalmente da come si decide di interagire con loro. In Kings of Crime l’ambientazione universitaria serviva a dare immediatamente la cifra del racconto che vuole essere scientifico, quasi asettico.

“Quando un mafioso va in tv, lo fa perché vuole lanciare un messaggio”, spiegò una volta a Che tempo che fa. Quale messaggio ha voluto inviare l’ex capo camorrista Prestieri nell’intervista che le ha concesso?

Che non è pentito. Che il pentimento riguarda un moto dell’animo e lui questo moto non l’ha mai avuto. Che è ancora un camorrista anche se non può più agire da camorrista perché ha collaborato con la giustizia. Quando si lascia parlare un camorrista, un mafioso, o chiunque abbia fatto o faccia parte di un’organizzazione criminale, è fondamentale che chi intervista sappia esattamente quali sono i codici da rendere palesi. Non è ammessa alcuna inconsapevolezza.

Che differenza c’è tra questa sua intervista ed il discusso faccia a faccia tra Salvo Riina e Bruno Vespa a Porta a Porta?

Quando un mafioso va in tv lo fa sempre perché vuole mandare un messaggio, ma la differenza sostanziale sta in questo: dopo l’intervista di Vespa a Salvo Riina la maggior parte delle persone non aveva affatto capito a cosa fosse servita l’intervista, non aveva capito il messaggio e a chi fosse indirizzato. E non l’ha capito perché il figlio del boss non stava parlando a loro ma alla magistratura e a Cosa Nostra. In quel caso Raiuno era diventata una piattaforma attraverso cui il figlio di Riina stava dando due messaggi importantissimi. Il primo alla magistratura, aprendo un varco per la dissociazione che consiste nell’accusarsi dei propri reati (tralasciando quelli commessi dagli altri) a titolo personale ma non associativo, come se l’organizzazione non esistesse. Lo scopo è mantenere indenne chi gestisce il denaro e dare, in cambio di questo salvacondotto, una testimonianza piena riguardo alla propria attività criminale. Naturalmente nello scambio avrebbe dovuto esserci anche la fine del regime di carcere duro. Il secondo messaggio era rivolto alla nuova Cosa Nostra ed era un avvertimento a non interferire e a non far gravare sulla vecchia mafia che ora non esiste più le loro colpe e i loro crimini. Le parole di Prestieri, al contrario, sono inequivocabili, anche nel messaggio che eventualmente ha mandato alla camorra. All’intervista di Salvo Riina è mancata una interpretazione in studio, come invece avvenne nel caso dell’intervista ad Angelo Provenzano fatta da Servizio Pubblico.

Lo stesso Prestieri ha ammesso davanti a lei che i camorristi sono sempre andati a Sanremo per visibilità. La cosa l’ha stupita? Che componente ha la vanità nelle organizzazioni criminali?

Non mi ha stupito affatto. La vanità gioca un ruolo enorme. Il potere si insegue per vanità, certo anche per ottenere un riscatto sociale, ma soprattutto per vanità.

Lei è vanitoso? Cosa la spinge a prender parte a programmi tv di approfondimento o ad Amici?

La mia vanità consiste nel ritenere che il racconto sia di casa ovunque, così come i libri. Non esiste contesto dove non valga la pena raccontare i versi di Anna Achmatova, per esempio.

Le mafie, come noto, sono attratte da tutti i settori in cui c’è possibilità di business. Quindi anche le produzioni tv e l’intrattenimento?

Ci sono settori di gran lunga più redditizi.

Da cronista, come le sembrano i programmi che affrontano la cronaca in tv?

Come per tutte le cose, ci sono programmi ben fatti e ce ne sono di scadenti. Approfondire è l’unico antidoto che abbiamo per contrastare le bufale.

Secondo Reporters sans Frontiéres in Italia i giornalisti subiscono minacce dalla criminalità organizzata “ma anche da politici come Beppe Grillo”. Condivide questa analisi e trova che vi sia un problema di libertà di stampa nel nostro Paese?

Salvo Riina ha detto, durante l’intervista con Vespa, che mafia può essere tante cose, che mafia è tutto, che mafia è niente. Il problema sta proprio qui: nell’abuso che si fa della parola mafia. La politica è mafia, le banche sono mafia, i poteri forti sono mafia, i giornalisti agiscono come mafiosi. L’Italia, che ha le organizzazioni criminali più potenti del mondo, questa semplificazione non può proprio permettersela, pena avere giornalisti che, lontano da palchi, riflettori e talk show, lavorando nelle periferie più remote del Paese (da Nord a Sud) dove le organizzazioni criminali sono potentissime, vengono con minacce ridotti al silenzio.

Ultima curiosità: perché ha accettato di fare pubblicità ad una serie tv di Netflix sui narcotrafficanti?

Netflix mi ha chiesto di produrre un decalogo che desse conto delle cifre del narcotraffico; so che Narcos lo seguono in molti e tra gli aficionados ci sono tanti ragazzi: è soprattutto a loro che era rivolta la campagna, il cui scopo era mostrare come ciò di cui tratta la serie non è affatto distante dalla nostra vita quotidiana.

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