13
giugno

STESSI PERSONAGGI IN CERCA D’ATTORE

Beppe Fiorello

Da qualche anno il cinema italiano è appannaggio di un gruppo di attori che ritroviamo in tutte le salse, e molto spesso tutti insieme: Raoul Bova, Paola Cortellesi, Anna Foglietta, Marco Giallini, Ambra Angiolini, Edoardo Leo e pochi altri sono diventati dei volti simbolo, e non è affatto detto che sia un male. L’aspetto positivo è quello di vederli calati per forza di cose in ruoli sempre diversi, nei quali mettersi alla prova dimostrando di avere stoffa.

Vedere per esempio il “pio” Bova nelle vesti di un divertente omosessuale in Scusate se esisto è stato sorprendente, dopo anni passati ad impersonare l’eroe romantico e senza macchia (ma ora lo aspettiamo al varco del cattivo di turno); seguire le varie disavventure lavorative e sentimentali della Cortellesi e della Foglietta ha avuto un sapore diverso, potendole ricordare travestite da escort in Nessuno mi può giudicare.

Perchè in tv questo succede così di rado? Perchè la fiction italiana si limita ad offrire al suo interprete sempre gli stessi ruoli, gli stessi schemi, lo stesso tipo di racconto che finisce per sembrare il suo e non quello del personaggio a cui dovrebbe prestare il volto?

Pensiamo a Beppe Fiorello, per esempio, che dal 2003 ha inanellato una serie di ruoli storicamente importanti in altrettante monografie made in Rai, legando il suo nome ad un certo tipo di tv. Sfido chiunque a riuscire a distinguere i vari Salvo D’Acquisto, Joe Petrosino, Giuseppe Moscati, Valentino Mazzola e Enzo Capuano soltanto attraverso una scena: tutti questi personaggi ormai sono Beppe Fiorello, e ormai gli ascolti piovono copiosi su certi lavori a scatola chiusa, solo perchè c’è lui.

Non che mi stia augurando di rivederlo in una cosa tipo C’era un cinese in coma, per carità, però quanto sarebbe interessante vederlo alle prese con un ruolo diverso, magari brillante, tirandolo fuori da quella comfort zone che ormai, più che un attore, ne ha fatto una sorta di messia?

Quello di Fiorello junior è solo un esempio, ma ce ne sono tanti altri. Tipo Vanessa Incontrada perennemente dipinta come una madre messa all’angolo, complici forse le sue reali disavventure ai tempi dell’addio a Zelig; Terence Hill chiamato a fare il guardiano delle anime, in chiesa come sui monti; Gabriel Garko perennemente bello, impossibile e un po’ criminale; Miriam Leone sempre oscura e angosciata; Megan Montaner eternamente Pepa, in tutto quello che fa, sia in Spagna che da noi.

La serialità italiana avrebbe bisogno di più “Lunette Savino” e “Chiare Francini”, che una volta si travestono da anziane e un’altra si mostrano spregiudicate; che una volta sono vamp che mangiano uomini come olive di un Martini e l’altra diventano ingenue e romantiche come bambine. Il pubblico bisognerebbe sorprenderlo di più, con ruoli inaspettati, che possano colpire piacevolmente e restare impressi, come quello di Boris Giuliano affidato ad un impeccabile Adriano Giannini e non al “solito” (mi perdoni) Beppe Fiorello.

In America gli attori passano dal piccolo al grande schermo con una facilità incredibile, senza snobismo o preconcetti; anche in Italia questo sta accadendo, con risultati spesso azzeccati, ma se l’attore accetterà sempre le richieste delle reti e dei produttori – poco inclini al rischio – portando il se stesso fittizio ovunque, senza andare oltre quello che di sicuro gli riesce bene, ben presto bisognerà rivalutare il concetto stesso di recitazione.

Siete bravi, no? E allora osate un pochino di più.

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