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luglio

STELLA PENDE A DM: A CONFESSIONE REPORTER RACCONTO L’IMMIGRAZIONE DI CUI NESSUNO PARLA. FORMIGLI FA LA PIU’ BELLA TRASMISSIONE DI INFORMAZIONE D’EUROPA

Stella Pende

C’è un’immigrazione segreta e dolorosa che sfugge ai titoli di giornale e all’opinione pubblica. E’ quella degli adolescenti, dei giovanissimi segnati dalle atrocità della guerra e costretti a scappare dalla loro terra. A raccontarne le terribili e toccanti storie sarà Stella Pende nella speciale puntata di Confessione Reporter in onda giovedì 16 luglio in seconda serata su Rete4. La popolare giornalista d’inchiesta presenterà un esclusivo reportage da Senegal, Gambia, Niger, Libia e Sicilia, seguendo le rotte di un viaggio infinito spesso spezzato dalla morte.

E’ l’immigrazione dei piccoli dai quattordici ai diciotto anni, che è anche quella più folta: da noi arriva il 62% di ragazzi minorenni e nessuno se ne accorge. Sono persone disperate” ci ha spiegato Stella Pende, che ha raccolto le loro testimonianze e incrociato i loro occhi.

Queste storie si intrecciano anche con il fondamentalismo islamico?

Molto. Un ragazzo, ad esempio, ci racconta che è dovuto scappare da un padre che lo avrebbe ammazzato se non avesse sposato le idee del fondamentalismo islamico. Ma soprattutto ci sono delle ragioni che la gente non conosce: c’è una grossa migrazione dell’Africa occidentale, dal Senegal, dal Mali e dalla Nigeria di ragazzi che scappano dal non-futuro. Sono persone che non sanno come andare avanti, perché a quindici anni si ritrovano con una madre nullatenente e non hanno il padre. Altri invece scappano dalla guerra o dai terroristi. Sono ragazzi che non hanno scelta e intraprendono questa sorta di gioco dell’oca della morte andando di paese in paese. Lavorano per alcuni mesi con le catene di forza e poi passano per frontiere che sono un luogo di tortura, perché lì vengono picchiati, derubati dei documenti e dei pochi soldi che hanno. Quelli che arrivano in Niger hanno davanti a sé mille chilometri di deserto, fino alla Libia, e molti ne muoiono. Ma nessuno lo sa. Noi parliamo solo dei barconi e della Libia, ma non esiste solo quella. C’è anche un prima.

I talk show parlano spesso di immigrazione. A tuo avviso lo fanno nella maniera corretta?

Corrado Formigli forse fa la più bella trasmissione d’informazione che abbiamo in Europa, quindi non possiamo lamentarci. Magari altre trasmissioni affrontano l’argomento in maniera più superficiale. Io ho fatto il mio mestiere, realizzando un lungo reportage in cui racconto quali sono le tappe della morte e della vita di questi ragazzi, da Niger all’Italia. In Sicilia queste persone trovano persone straordinarie: un panettiere di Siracusa con dodici impiegati ne ha assunto un tredicesimo, immigrato, dicendo di essersi fidato del suo sorriso. Questo ragazzo sta imparando a diventare pizzaiolo. Emergeranno ombre ma anche luci.

Hai parlato bene del programma di Formigli. Come giudichi, invece, quello di Del Debbio, che pure affronta questi temi?

Del Debbio affronta la piazza, come faceva Santoro. E’ un altro punto di vista. Le trasmissioni non si somigliano, ma anche Paolo è molto seguito.

Quale tra vicende che vedremo nel tuo reportage ti ha colpito di più?

La storia di un ragazzo – che è anche quella meno spettacolare – il quale mi ha detto: ‘lo so che posso morire, ma sono già morto. Io ero il primo della classe, ma quando sono arrivato a fare la licenza liceale il mio professore mi ha chiesto quanto lo avrei pagato. Diversamente avrei dovuto ripetere l’anno per chissà quante volte’. Altri ragazzi invece sono stati torturati, ammazzati o hanno visto gli amici sgozzati, ma tra le loro vicende quella che più mi ha colpito è proprio quella di questo giovane, che ha capito di non avere futuro nonostante i suoi studi. E allora ha dovuto scegliere tra partire o morire.

Su immigrazione e fondamentalismo ritieni che la politica stia dando risposte soddisfacenti?

No, affatto. Non c’è una ricetta per dare le risposte giuste o per rendere meno pesante l’immigrazione, che in questo momento non si può fermare perché l’Africa è troppo disperata. Una soluzione sarebbe quella di investire in Africa in scuole, aziende e studi, un’altra sarebbe quella che il pezzo di Africa ricca assumesse delle quote di responsabilità. Perché il Kenya non assume tremila lavoratori somali invece di metterli nei campi di concentramento come Dadaab? Perché la Nigeria, che è ricca di petrolio, non si prende tremila ragazzi che arrivano dal Niger? Sarebbe molto bello che il golden point fosse attraverso le afriche e questa è una soluzione di cui nessuno parla. Bisognerebbe mettere al muro i leader africani e dire: adesso ve li prendete voi.

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