9
aprile

Il Clandestino: uno spaccato di realtà di cui c’era bisogno

Il Clandestino (Us, foto di Zambelli)

Non si giudica un libro dalla copertina ma nemmeno una serie o un film dal titolo. Mai più vero potrebbe essere questo proverbio per Il Clandestino, nuova serie di Rai1 in onda il lunedì in prima serata. Nella comunicazione mainstream odierna, la scelta del titolo è fondamentale perché deve attrarre lo spettatore. A differenza di ciò che solitamente accade, Il Clandestino ha un titolo che sembra chiaro ma che in realtà nasconde altro. Questa fiction non racconta la storia di clandestini nel nostro Paese, come si è indotti in qualche modo a pensare, ma la vita di un ex poliziotto in cerca di redenzione che si sente clandestino dentro. Ad essere fuori legge è invece la sua attività da investigatore privato, escogitata dall’amico e braccio destro Palitha (interpretato da Hassani Shapi), cingalese di origine, a Milano da molti anni. E anche questo va a tratteggiare il carattere innovativo della fiction. Un prodotto in cui, come per il titolo e stando alle puntate d’esordio, ogni aspettativa pare ribaltarsi da un momento all’altro.

Luca Travaglia (interpretato da Edoardo Leo) è un ex poliziotto dell’anti-terrorismo che, dopo non essere riuscito a sventare un attentato apparentemente ad opera della sua fidanzata, si rifugia a Milano. Quello che all’inizio sembra solo un espediente narrativo, in realtà si rivela la chiave di volta dell’intera vicenda. Infatti sono ricorrenti i flashback (in bianco e nero) che raccontano quei tragici momenti e che, evocati da suoni o immagini del quotidiano, regalano al pubblico piccoli dettagli che lo inducono a voler scoprire sempre di più sulla natura dell’attentato che ha sconvolto la vita del protagonista, di cui ci sono ancora aspetti poco chiari.

Nelle vicende protagoniste, lo sguardo è puntato anche su Milano. La nuova vita da investigatore privato di Travaglia porta alla ribalta storie all’ordine del giorno (spaccio giovanile nei quartieri difficili, tentativi di furto finiti in omicidio, contrabbando di armi sono le tematiche delle prime due puntate) offrendo uno spaccato di realtà letto più in profondità rispetto a quanto a volte venga fatto dal mondo dell’informazione. Il protagonista sa guardare oltre le apparenze e i luoghi comuni per scoprire la verità, anche dove sarebbe più conveniente la versione banale della vicenda. Infatti, al termine della puntata viene mostrata la storia nel suo complesso, in tutti i suoi sviluppi anche negativi, il che non è così scontato se analizzassimo la serialità italiana.

La parte investigativa si mescola con il travaglio interiore di Luca. Una tematica profonda che non viene trattata di petto, anzi il protagonista si rifugia nell’alcol pur di non affrontare il passato. Il lavoro che il personaggio fa è più profondo e meno evidente. Molte serie partono dal turbamento psicologico per costruire attorno ad esso la storia, qua accade l’opposto. La sceneggiatura è tale da rendere quasi impercettibile un cambiamento che in realtà avviene di pari passo con i casi risolti.

Azzeccata la scelta di affiancare al protagonista una spalla, Palitha, che, con la sua personalità sopra le righe, garantisce una buona dose di leggerezza, apparentemente stonata con la natura delle storie. In realtà, la sua presenza e le sue stravaganti uscite fanno sorridere ma anche riflettere, in relazione a tutte quelle persone che, pur continuando ad essere definite immigrati, si sentono (e forse sono) più italiani di molti nostri connazionali.

Edoardo Leo sembra aver fatto centro, dunque, con una fiction dove il noir è il pretesto per raccontare l’Italia in maniera anticonvenzionale partendo dagli ultimi, insegnando l’importanza di mettersi in discussione e di sapersi reinventare.

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