26
gennaio

The Assassination of Gianni Versace: una serie «psicologica» con un titolo fuorviante. Deludente Ricky Martin

Ricky Martin ed Edgar Ramirez Versace

Ricky Martin ed Edgar Ramirez

Si intitola American Crime Story ma è pur sempre fiction, e da questo bisogna partire per analizzare The Assassination of Gianni Versace, seconda stagione della serie antologica in onda su Fox Crime (qui gli ascolti della premiere). Non è un documentario, non è informazione e, a differenza della prima stagione (dedicata al caso O. J. Simpson) per sceneggiarla non ci sono stati atti di un processo a cui fare riferimento: semplicemente si è scelto di sposare una delle tante tesi che provano a spiegare le ragioni e i retroscena della morte del celebre stilista.

The Assassination of Gianni Versace: il vero protagonista è Andrew Cunanan

La morte di Gianni Versace per mano di Andrew Cunanan ha scatenato negli ultimi vent’anni varie teorie complottiste e resta un mistero perchè nessuno ha potuto chiederne le ragioni all’omicida, morto suicida qualche giorno dopo il delitto. La fama della vittima e il potere della sua famiglia hanno reso qualunque verità verosimile, ma mai certa, dunque Ryan Murphy ha scelto di mettere in scena quella sponsorizzata dalla giornalista Maureen Orth, focalizzandosi sulla figura di Cunanan.

The Assassination of Gianni Versace: deludente la prova di Ricky Martin

E lo ha fatto bene, costruendo un prodotto accattivante, dove il pathos non manca, angosciante quanto basta. Dove il sangue c’è, il volto di Versace devastato dal proiettile pure, ma dove l’inquietudine vera viene nel guardare gli occhi di Darren Criss: l’attore che interpreta Cunanan è quello che somiglia fisicamente meno all’originale ma è quello che in video rende di più, facendo arrivare al telespettatore i disturbi mentali del suo personaggio e catalizzando l’attenzione quando è in scena. Buona anche la prova di Édgar Ramírez, che il trucco ha reso un perfetto Gianni Versace; intensa Penelope Cruz nei panni di Donatella mentre deludente resta la prova di Ricky Martin (che stasera il pubblico vedrà impegnato in una scena bollente), al suo primo ruolo di spessore, apparso troppo teatrale e vago nel dar vita ad Antonio D’Amico. Allo stesso tempo si è avvertito un timido sospetto che con l’andare delle puntate il tutto possa assumere contorni caricaturali, considerata altresì la passione di Ryan Murphy per il grottesco, ma è decisamente troppo presto per dirlo.

Chi si aspettava un prodotto incentrato sulla figura di Versace sarà rimasto deluso, perchè la narrazione dopo il delitto si è spostata da un’altra parte, nel passato dell’omicida, avvicinandosi ad un dramma psicologico. E da questo punto di vista si può affermare che sì, è una buona serie ma forse il titolo, benchè di utile richiamo mediatico, resta fuorviante: sarebbe stato più onesto chiamarla L’Assassino di Gianni Versace.



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