16
marzo

Nesli a DM: “I giudici a Celebrity MasterChef sono stati ancora più cattivi. Mio fratello Fabri Fibra? Il suo massimo successo l’ha fatto insultando le persone”

nesli

Nesli

Spero di non averti ammorbato“. La nostra lunga chiacchierata con Nesli si chiude così, con il cantante che quasi si scusa (senza motivo) per essersi lasciato guidare in un flusso di coscienza, tra confessioni private e riflessioni su temi universali. Come le sue canzoni che racchiudono un molteplice significato, si parte dalla ludica partecipazione a Celebrity MasterChef, per arrivare ad argomenti come la solitudine, il rapporto con il fratello Fabri Fibra, l’addio al rap e la consapevolezza della vita e della morte.

E se volete sapere se ha preparato mappazzoni, leggete fino alla fine.

Cosa ci fa Nesli nelle cucine di MasterChef?

Cucina e si diverte.

Chi l’avrebbe detto…

Su tante cose si può dire ‘chi l’avrebbe detto’; nel senso che questo mestiere fa vedere un aspetto della personalità inerente al lavoro però poi uno può essere, o non essere, un mondo. E la cucina fa parte di me, di un’abitudine diventata appassionante. Nasce per sopravvivenza ma è una forma di divertimento e di relax. Da qui mi ritrovo dietro ai fornelli delle cucine di MasterChef.

I giudici “incazzatelli”

La prima curiosità è se i giudici sono stati “cattivi” nella versione Celebrity così come lo sono nella versione classica.

Secondo me anche un po’ di più. Credo che noi tutti avessimo la speranza che fosse un’edizione un po’ agevolata in qualche modo, non per il fatto che fossimo personaggi noti ma per avere la garanzia di portarsi a casa la trasmissione, per così dire. In realtà, secondo me erano un po’ più – passami il termine – “incazzatelli” con noi perchè nell’edizione normale sono aspiranti chef, che hanno una sorta di preparazione, mentre da noi c’era sempre il pregiudizio: “Eh che vuoi fare… Eh ma perchè, tu sei un personaggio”. Questo pregiudizio ha fatto sì che partissero con una marcia in più e con un dente un po’ più avvelenato, se posso permettermi. Chiaramente sempre nel contesto di quel contenitore. Non ci hanno fatto sconti di nessun tipo.

In effetti ho notato che non segui, su Twitter, Joe Bastianich che notoriamente è il giudice più severo.

Stamattina però Bastianich mi ha dato un segno d’affetto perchè ha iniziato a seguirmi (e Nesli nel frattempo ha ricambiato, ndDM).

Però… è stato il più cattivo con te?

Assolutamente, più che con me lui ha una forma di cattiveria che esercita e dispensa con tutti. Non credo sia cattiveria, credo sia quella classica forma di difesa, cioè per difendermi attacco, un modo di interagire un po’ all’americana. Con me non l’ho capito subito, devo essere onesto. Anche tra uomini può nascere una sorta di competizione ma non legata ad un qualcosa di reale, è proprio una roba di chimica. Credo che all’inizio sia stato un po’ così, ma mi ha sempre dato quell’impressione anche guardandolo da casa. Mi sa che però in realtà è un compagnone, lontano da quello che può sembrare lì per lì.

Il tiramisù “migliore del secolo”

Qual è il tuo piatto forte?

Io vado forte negli antipasti e nei primi. I secondi un po’ meno, hanno bisogno di più tecnica e quindi li faccio meno. So fare il tiramisù più buono del secolo, e sì ne sono consapevole, poi me la cavicchio dai. E sicuramente questa esperienza è formativa, a livello umano tantissimo, a livello culinario qualcosina si impara. Hai a che fare con i tre giudici che se volessi partecipare ad un loro corso, non so quanti soldi servirebbero e se poi effettivamente li vedi. Da quel punto di vista è una bella esperienza.

Dici che a livello umano è stata una bella esperienza perchè in qualche modo dopo anni da cantante “servito e riverito”, o comunque da cantante che non deve sottostare ad una determinata disciplina, ti sei ritrovato a metterti in gioco?

Per me è un discorso un po’ particolare. Ho sempre considerato sentirsi parte di qualcosa un aspetto essenziale di una realizzazione. Io per indole, vicissitudini, scelte, mi sono sempre trovato a combattere e giocare da solo trovando pochi alleati nel percorso. Questa cosa ti scherma, ti fa essere un po’ un orso. Io non rientro in quella fetta di cantanti o personaggi riconoscibili “serviti e riveriti” , vivo veramente come un eremita. Quel contatto umano, quel far parte di qualcosa non l’ho mai avuto nemmeno a scuola perchè ero un fantasma, volevo scrivere canzoni e se scrivi canzoni hai dei problemi, non sei una persona totalmente a fuoco, tendi a convivere molto con la solitudine, a farne un punto di forza. Trovarmi lì a vivere tanti fattori – è un reality, una gara, un programma tv – che normalmente non vivresti, in me – che sono il principe delle tenebre, che vive come un corvo – ha risvegliato degli aspetti umani che avevo totalmente ucciso. E’ bello sentirsi parte di qualcosa.

“Non sono adatto alla tv, sembro un siriano con il permesso di soggiorno”

Celebrity MasterChef è stato anche un modo di avvicinarsi alla tv?

I miei collaboratori mi dicono che dovrei andare di più in tv per vendere più dischi. In quest’epoca la tv è il corridoio favorevole e necessario che passa dal prodotto al risultato finale. Non ti nego che non sono molto adatto alla tv, in primis per i miei tratti somatici, sembro un siriano con il permesso di soggiorno, e poi perchè la tv ha delle tempistiche con le quali non mi trovo benissimo. Lo devo fare, lo faccio, ma mi rendo conto che non è proprio il mio mondo, motivo per cui la tv non aveva abbracciato il mondo Nesli. Hai centrato però la questione, non sono andato a MasterChef per vendere dischi, mi sarebbe sembrato anche di cattivo gusto.

“Un programma con Selvaggia Lucarelli”

Avevi fatto qualcosa ad Amici, però…

Ero il co-coach quando Miguel Bosè stava in Spagna e tornava solo nei weekend. Poi Miguel Bosè si è innamorato dell’Italia, non se n’è più andato e io non avevo motivo per restare, soltanto che avevo un contratto, mi avevano messo lì ma non sapevano come dirmi di andarmene. Giravo tra un ufficio e l’altro, aspettavo di fare qualcosa in questi tempi morti enormi. Lo stesso Sanremo ha dei tempi morti enormi che mi sconquassano l’organismo. In questo caso idem, è stato molto difficile. I tempi e la partecipazione sono stati totali anche perchè per riuscire ad avere una gamma delle tue emozioni e di quello che sei, devi essere in una ‘zona non comfort’. Quei tempi lì mi stanno un po’ stretti, anche perchè ahime non ho filtri, quello che penso dico. Da quel punto di vista, il mio sogno sarebbe partecipare a o fare un programma con Selvaggia Lucarelli perchè è una di quelle che, appunto, non ha filtri,  che dice esattamente quello che direbbe la metà delle persone che stanno guardando la televisione. Quindi in un contesto del genere mi sentirei tranquillo. In situazioni in cui hai tempo e battute precise, faccio fatica. Anche questa cosa di esser sempre microfonato, mi dimenticavo, era “un cazzo – fanculo” continuo.

Hai pianto a Celebrity MasterChef?

Domandona! Non ti svelerò questa cosa perchè è significativa di un passaggio. Posso dirti però che quando a casa guardavo il momento delle lacrime non è che non ci credessi ma mi sembrava strano che fosse così scientificamente provato che si piange. Ora invece capisco il perchè: il fatto che stai tanto tempo lì, che non vieni mai informato di quello che andrai a fare, la concentrazione, un’azione intima come cucinare, ti smuovono un qualcosa per cui tante difese, che applicheresti al lavoro, dopo un po’ vengono meno. Emotivamente è una cosa fortissima. Quando giravamo, proprio per il non sapere mai quello che sarebbe accaduto, spesso ripetevo: “Cazzo, l’ansia di Sanremo è una nocciolina a confronto”. Al Festival so cosa devo andare a fare.

Le critiche violente di Sanremo

A proposito di Sanremo, un’esperienza che possiamo definire sfortunata.

Più che sfortunata è stata traumatica rispetto al 2015, decisamente traumatica per l’accanimento mediatico che c’è stato nei miei confronti, nei confronti del duetto, della canzone. Due anni fa, del resto, ero talmente concentrato ed emotivamente preso dal fatto che fosse la mia prima volta, la coronazione di un sogno, e tante cose non le sentivo. Quest’anno mi sono arrivate critiche violente, anche sull’aspetto fisico, tutto quel mondo di poligono per cui sei bersagliato, l’ho accusato. Quando tornavo in hotel leggevo messaggi, tweet, e un pochino male mi ha fatto. Poi avevo la responsabilità nei confronti di questa ragazza giovanissima (Alice Paba, ndDM) per cui lì ho cercato di tenere botta, ridere, scherzare, altrimenti per lei sarebbe stato un macigno. Quando sono tornato a casa, dopo che giovedì mi hanno cacciato così su due piedi, è stata un po’ una mazzata.

Il rapporto con il fratello Fabri Fibra, autore di una canzone in cui prende di mira MasterChef

Tu vai a Celebrity Masterchef, tuo fratello, Fabri Fibra, esce con una canzone, “Fenomeno”, in cui cita MasterChef e prende in giro quel mondo. E’ un caso?

Su questi argomenti c’è una parte di me che non vorrebbe polemizzare perchè di indole sono fatto così. Chi ha seguito il mio percorso sa che ogni volta che sono stato attaccato da qualcuno che voleva l’assist per poi controbattere ho lasciato correre; questa è un’era – vedi il caso Fedez e gli altri due rapper, di cui non ricordo il nome – in cui il botta e risposta funziona tanto. E’ una scelta individuale, dipende da come tu vivi la polemica, io siccome non l’ho mai vissuta bene, ho sempre evitato. L’unica cosa che posso dirti è che è palese ciò che è avvenuto, quello è un artista il cui successo massimo, l’ha fatto insultando le persone, diffamando, poi il grande calo c’è stato quando ha tentato di fare qualcosa di più contenuto. Ora forse per l’hype, per riavere quel successo, si rimette a infamare e diffamare. Mi fa sorridere che prima il bersaglio erano personaggi noti, molto famosi, adesso sono magari io, perchè forse ai suoi occhi sono noto e famoso. E comunque non è la mia strada perchè trovo una cosa poco dignitosa denigrare il lavoro degli altri. Lo faceva Eminem dieci anni fa, poi ha dovuto cambiare registro.

Quindi hai scelto di non polemizzare.

Non l’ho presa di petto, non ho risposto o creato polemica, perchè mi sembra una fotografia di dieci anni fa. L’ho vista come quando un bambino vuole dare un pugno ad uno grande, non perchè lui sia un bambino e io uno grande, però la scelta di insultare, diffamare, aggrapparsi ad una trasmissione che funziona tanto, sapendo che la trasmissione va in onda adesso, studiare tutto questo per promozione di una canzone… boh, la trovo una cosa svilente. Però mando un forte abbraccio, dai (ride, ndDM).

Siamo in tempi di reunion, è impossibile?

E’ impossibile, impensabile, in questa vita, soprattutto. Per il discorso che facevo di dignità, di rispetto, ci sono delle cose, delle regole, che non possono essere così capovolte per il semplice gusto di avere un po’ di visibilità, un po’ di promozione. E’ un circolo vizioso molto puerile secondo me e fine a se stesso e a un genere musicale che deve essere in qualche misura adolescenziale perchè parla ad un pubblico molto giovane. Se tu sei adulto in qualche modo devi spostare quell’asticella di contenuto, altrimenti il rap deve esser fatto dai giovani per i giovani. Non ha senso tingersi i capelli a 40 anni per dare un contenuto giovane ed essere in gara con i giovani. Diventa anche poco rispettoso nei confronti del genere.

L’addio al rap

E allora hai lasciato il rap…

Sì, mi sono detto: “Se in Italia questo genere che deve passare sempre attraverso il prendersi in giro, la pubblicità della girella, attraverso… “. Ho amato talmente tanto quella cultura musicale, mi ha dato talmente tanto che, a un certo punto, quando non mi identificavo, non mi sono sentito di scimmiottare qualcosa. Quando ho cominciato a parlare di sentimenti nelle mie canzoni, ma non per vendere dischi, – perchè non è che ne abbia venduti così tanti – era un’esigenza mia. Quel modus operandi di attaccare tutto e tutti, lascia il tempo che trova e non è nemmeno una novità.

Tu l’hai ucciso il tuo karma? (Kill Karma è il titolo del suo ultimo album, ndDM)

Questa è stata una sfida grossa, io ho reagito, il karma ha reagito. Vedi Sanremo, le vicissitudini sfortunate dell’uscita del disco a luglio, il fatto che questo disco sia uno dei miei più belli ma nasce sotto una stella un po’ sfigata, la copertina provocatoria che in pochissimi hanno capito, se non nessuno, insomma ci sono tante cose. Il karma si è difeso, non l’ho ucciso, ci ho provato, gli ho sparato, l’ho beccato, non ho sicuramente preso un organo vitale e ha reagito. Siamo pari. Nessuno ha vinto, nessuno ha perso. Lui sa che sono uno da tenere d’occhio, che di certo non sottosta nemmeno al karma. Non l’ho ucciso, ma non mi ha ucciso. Mi ha reso più forte sicuramente perchè è stata una bella battaglia.

Nelle tue canzoni trovo una sorta di fil rouge perchè ricorrono spesso temi come il destino, il karma, l’inizio, la fine…

Assolutamente, hai detto bene un filo che lega. Ho una personalità molto dark, chi mi conosce bene mi definisce paradossalmente antipop come individuo. Non ho forzato nulla, la mia musica aveva un’influenza melodica diversa dal rap e dal pop di oggi. Lo dico con tutta l’umiltà di questo mondo, aveva qualcosa di un Rino Gaetano, pur non ascoltandolo, e di Bob Dylan, ma non musicalmente bensì nell’intenzione di raccontare qualcosa. Ho unito dei mondi che non conoscevo, che mi appartenevano senza saperlo, ho smesso di fare quello che la gente si aspettava per fare ciò che sentivo. Nelle mie canzoni, ai più sembra che stia parlando di amore, in realtà l’approccio è molto più estremo, non posso parlare in una canzone pop di quello di cui vorrei parlare se non lo impano in un contenitore d’amore.

“Nelle mie canzoni parlo spesso di morte…”

Perchè non puoi parlare nelle tue canzoni di quello che vorresti?

Perchè parlo spesso di morte, della vita dopo la morte, di quella sensazione impalpabile che non è figlia nè dell’intrattenimento, nè dei numeri, nè delle tendenze, ma è proprio un’ispirazione. A me piace parlare molto di quello che non vedo, sono un visionario, ho un bellissimo rapporto con tutto quello che non c’è, sono uno che vive molto da solo, credo in tante cose pur non vedendole o non avendo certezza. Nelle canzoni molto spesso parlo di quello, però il pop significa abbracciare la massa che non ha tutta la voglia di ascoltare o dedicare molto tempo, motivo per cui Rovazzi spopola. Anzi chapeau a Rovazzi che con un singolo si è fatto più soldi di quanti io potrei farne in una carriera, però è un’altra cosa, non può essere messo sullo stesso piano e non ha senso che io lo faccia. Non mi andava di essere un artista da tabernacolo, mi piace la musica pop fatta bene, volevo unire qualcosa di accessibile ad un contenuto per me importante, che mi appartiene. Su dieci ragazzi, ci saranno tre disposti ad ascoltare tutta e meglio la canzone. Cerco anche di fare dei titoli che siano facili per poi raccontare qualcosa di più complesso. “Allora Ciao” sembra che parli di una storia finita tra lui e lei, ma in realtà parla di morire. Sul discorso della vita e della morte ho un’idea molto particolare.

Qual è la tua idea particolare sulla vita e la morte?

E’ stato sbagliato educare le persone a celebrare sempre la vita perchè la vita paradossalmente è molto più sfuggente della morte. Secondo me andava educata la gente alla celebrazione della morte, cosicché uno si gode la vita, la comprende, gli dà un significato più onesto. Al contrario, ci sentiamo tutti invincibili, quasi immortali, e questa cosa qui crea delle dinamiche mentali diverse nelle persone: si parla sempre di vita, di divertimento, la soglia di attenzione cala, la gente vuole sempre sentire canzoni che gli ricordano di quanto sia leggera la vita. E’ un discorso che si può fare poche volte e a pochi, che io devo edulcorare – con piacere perchè è un processo artistico – attraverso i sentimenti. Poi il bello delle canzoni è la libertà di interpretarle anche in base ai momenti.

“La Fine parla del perchè sto qui”

Penso ad uno dei tuoi successi più famosi che è La Fine…

Hai preso l’assist. La Fine è la canzone grazie alla quale inizia il mio percorso, è la mia canzone più famosa, per chi non sa che è la mia, è comunque una delle canzoni più famose di Tiziano (Ferro, ndDM), cantautore con grandissima credibilità e qualità. La Fine parla di quello, dell’interrogarsi, del perchè sto qui, del che cazzo ci sto a fare. Io amo divertirmi e l’effimero, ma ad una certa trovo doveroso farsi domande. Ho sempre avuto quel pallino lì. Il mio papà è molto anziano, quando mi veniva a prendere a scuola era vecchio e sembrava un nonno, e a volte per vergogna dicevo che era mio nonno, e questo mi ha dato nei confronti del tempo un rapporto diverso da quello dei miei coetanei, delle persone con cui mi rapportavo. Alle elementari mi affascinava pensare che quello che mio padre aveva già vissuto senza di me era un tempo superiore a quello che avrebbe vissuto con me. Mi ha aperto un mondo riguardo al tempo e allo spazio, alla vita, alla morte, allo spirito.

Dicevi che scrivi per un’esigenza, mi viene da citare un passo di una tua canzone, Respiro: “Saranno gli applausi a colmare quel vuoto che poi se ci pensi diventa ancora più vuoto…”.  Quanto gli applausi hanno colmato quel vuoto?

E’ una frase verissima, cruda da morire, e ahimè molto triste. L’applauso alla fine di un pezzo, di uno spettacolo, è uno scambio tra persone bellissimo, anche perchè non è fatto nè di parole nè di gesti ma è un suono. E’ la soluzione in quel momento soprattutto per un’anima inquieta e tormentata come la mia che ripaga del sudore e di tanti sacrifici. Dura però troppo poco, anche 15 minuti di applausi, è comunque troppo poco, cazzo, è troppo poco ti dico io. E tu dici: “Cosa vorresti dire?”. Che la vita è questo processo bellissimo e affascinante e allo stesso tempo crudo e triste, e dimenticarlo o cercare di rivalutarlo lo rende ancora più triste, cazzo. Dovremmo ricordarlo proprio per levare l’importanza di determinate cose. Il fatto di non parlare della morte, di non condividere, di non creare un’educazione e una cultura legata a quelle tematiche la trovo una follia perchè poi sarà uno shock enorme per chiunque.

Parli dunque della necessità di acquisire una certa consapevolezza che però potrebbe avere una deriva pessimistica…

Consapevolezza è la parola giusta, consapevolezza per i successi e i fallimenti. Sulla deriva pessimistica ok, però stiamo parlando di una cosa reale, è il processo naturale. Io sarei per l’immortalità, ma non è possibile, avere la consapevolezza porta a vivere il tutto con una leggerezza diversa. L’uomo tende a complicarsi, faccio un esempio: vado sui siti di tecnologie per scoprire le ultime novità e la metà delle volte mi chiedo perchè non ci avessero pensato prima a quella cosa che era così logica. Servono persone più consapevoli.

“Nella mia indole non c’è il mappazzone”

Chiudiamo con leggerezza, hai preparato qualche mappazzone a Celebrity MasterChef?

Nella mia indole non c’è il mappazzone, sono un po’ più fighetto. Da quel punto di vista se c’è il rischio del mappazzone piuttosto presento una roba sofisticata che è una sorta di sputo.

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