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Il ritorno di Che ci faccio qui è un pugno nello stomaco

di Daniele De Fusco

18/06/2026 - 20:03

Il ritorno di Che ci faccio qui è un pugno nello stomaco

4.5 /5

Poche cose incarnano nella tv del 2026 il concetto di servizio pubblico. Tra queste c’è, senza alcuna ombra di dubbio, Che ci faccio qui (da ieri, ogni martedì sera su Rai3). Giunta all’ottava edizione, la trasmissione scritta e condotta da Domenico Iannacone si conferma uno dei fiori all’occhiello della nostra televisione

Al centro, com’è sempre stato, l’esistenza umana a 360 gradi: un inestricabile groviglio di sacro e profano, fisico e simbolico, corpo e anima. Quello di Iannacone non è mai un semplice resoconto giornalistico, né una fredda cronaca dei fatti, bensì un vero e proprio viaggio nelle vite e nei dolori degli altri. Sì, perché di dolore ce n’è tanto, specialmente nella prima puntata di questa nuova serie. 

Quel che resta dei giorni è il titolo evocativo di questo ritorno, che definire toccante sarebbe un eufemismo. Il racconto riparte dal Molise, dove viene mostrata la quotidianità all’interno dell’Hospice Madre Teresa di Calcutta di Larino: un centro di cure palliative nel quale, dunque, le persone passano gli ultimi giorni della propria vita, nel tentativo di soffrire il meno possibile. 

Entrare in un luogo del genere con le telecamere richiede al giornalista di spogliarsi del ruolo di cronista per farsi compagno di viaggio. Iannacone ci riesce scegliendo la strada della sottrazione: la sua non è una narrazione urlata, ma un cammino fatto di passi lenti, inquadrature fisse e grandi silenzi. Il conduttore non interroga, ma accoglie, diventando un tramite visibile ma mai invadente. 

È proprio questo a permettere che gli interventi di pazienti e operatori rimangano digeribili. Le loro vite – tutte diverse, ma inevitabilmente legate da un filo conduttore – hanno il potere di ridimensionare le nostre nevrosi quotidiane e accendere un faro su ciò che conta per davvero. I primi spogliandosi di qualsiasi sovrastruttura e rendendo i loro ultimi giorni una testimonianza; i secondi spiegando le ragioni e le modalità delle loro scelte.

Inutile dire che la visione è un vero e proprio pugno nello stomaco. Gli spettatori faticheranno a dimenticare alcune storie – tra tutte quella tragica di Massimiliano e la piccola Annalisa. Questa è una televisione che fa male, perché costringe a guardare ciò che la società contemporanea tenta disperatamente di nascondere o fuggire: la sofferenza in senso stretto. Non quella lontana, spettacolarizzata e trasformata in show di cui i palinsesti sono ormai pieni, ma quella reale, concreta e tangibile. 

Una televisione che non distoglie lo sguardo, ma che sa fermarsi quando è troppo. Una televisione che sa raccontare ciò che nessuno osa mostrare, facendolo con la delicatezza, il tatto e il rispetto straordinari di Domenico Iannacone.

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