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CESARE ZAVATTINI E LA TV: UN’APERTURA ALLA REALTA’ E ALLA DEMOCRAZIA

di Cristian Tracà

23/01/2010 - 20:05

CESARE ZAVATTINI E LA TV: UN’APERTURA ALLA REALTA’ E ALLA DEMOCRAZIA

Sono passati vent’anni dalla morte di Cesare Zavattini, straordinario protagonista del neorelismo italiano e intellettuale a tutto tondo capace di districarsi in maniera lodevole in tutte le arti dell’espressione, e proprio per chiudere le celebrazioni del ventennale la Cineteca di Bologna, in collaborazione con l’archivio Zavattini e la Biblioteca Panizzi ha organizzato una giornata di confronto tra storici e critici dei media, della cultura e del costume italiano per parlare del sogno della tv democratica, che l’artista ha coltivato a lungo, e presentare il testo Zavattini ha le antenne. Pensieri sulla televisione della giovane studiosa Anna Chiara Maccari, che per il titolo ha usato un’espressione di Federico Fellini.

Il primo merito riconosciuto da tutti a Zavattini è stato quello di essersi confrontato, raro caso tra gli intellettuali marxisti di allora e sinistrorsi elitari odierni, con il mezzo televisivo concentrandosi sulle potenzialità democratiche che avrebbe consentito, una volta acquisita la forza di medium capace di garantire pluralismo e formazione in maniera veloce, gradevole ed assolutamente senza costi. In questo quindi estremamente diverso da quel Pier Paolo Pasolini, apocalittico contrastatore della tv, ritenuta strumento già di per se stesso antidemocratico.

Zavattini cullò a lungo l’utopia, condivisa dalle avanguardie europee come il surrealismo, che la forza della fantasia potesse modificare la realtà, rendendo concreta la svolta della modernità, creando cioè una coscienza critica di massa capace di conquistarsi lentamente il suo spazio nella decisione del futuro dell’umanità. Era propio l’umanesimo più profondo a muovere le sue speranze, e il suo desiderio di combattere la divisione culturale all’epoca imperante che aveva dato alle sinistre il dominio spirituale del cinema, al cattolicesimo moderato quello della tv, capace di usare un linguaggio molto più diretto del grande schermo, ancora colpevolmente avvinghiato all’uso della metafora come forma d’espressione.

La televisione avrebbe dovuto popolarizzare la poetica del neorealismo formando il cittadino democratico che non esisteva ancora concretamente, coinvolgendolo materialmente a partecipare all’evoluzione del mondo. In quest’ottica l’idea di rendere la tv un’università popolare stabile per arrivare alla cultura come mezzo di condivisione e non come arma di pochi contro i molti. Di qui le sue proposte di tribune di discussione e uno speciale di 52 ore sulla democrazia per spiegare al pubblico la vera essenza di questa parola tanto affascinante e misteriosa.

Non solo utopie quelle di Zavattini però perché la sua proposta del ‘non teatro’ come confronto pubblico, nel quale invitava tutti i registi a lui coevi, anime di un paese che doveva rinascere,  ha più di un riscontro, secondo la storica del cinema Cristina Jandelli, con alcune forme di televisione sviluppatesi effettivamente nel panorama italiano a partire da Bontà loro di Maurizio Costanzo e tutti i talk di approfondimento politico che sono poi nati negli anni.

Come ha ben sottolineato Franco Monteleone, profondo conoscitore dell’evoluzione del mezzo televisivo, Zavattini è sicuramente un grande anticipatore della nuova moda della comunicazione, sempre più personalizzata, ma il suo sogno di estasi rivoluzionaria si è dovuto piegare alla tv in cui al centro non vive l’uomo ma il suo simulacro. La fruizione contemporanea, quasi erotica, tutta racchiusa nelle mura domestiche, vive della forte esasperazione dei sentimenti e creerebbe un senso di comunione, dando alla vita dello schermo il valore di surrogato laico dell’Eucarestia. Per sentirsi cittadini del mondo i telespettatori hanno il bisogno di sentirsi parte di un mondo che ride e piange al contempo, una grande rete che però risulta molo lontano dalla grande massa sugli scudi sognata da Zavattini

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1 commenti su "CESARE ZAVATTINI E LA TV: UN’APERTURA ALLA REALTA’ E ALLA DEMOCRAZIA"

  1. Consiglio a tutti di rivedere "Miracolo a Milano", di cui Zavattini scrisse il soggetto. E' un vero capolavoro e, dal punto di vista personale, la prima scena filmata che ricordo di aver visto in vita mia è quella di Emma Gramatica che mette una barchetta di carta sul latte versato dalla pentola...