
Fabio Pastrello
Nella lunga chiacchierata con Fabio Pastrello, dopo le ricche anticipazioni su Extreme Makeover Home Edition Italia, ci siamo concentrati su una riflessione sul genere reality e sul mestiere dell’autore, chiedendogli di raccontarci il perché di alcune scelte relative al Grande Fratello, compresa quella sorta di ‘ostinazione’ a non inserire innovazioni nel format, come invece è accaduto all’estero. E Pastrello conosce bene le altre realtà dato che è stato autore della scorsa edizione di Secret Story in Francia. Guai a dirgli però che gli autori della sua generazione siano in crisi e che si stava meglio quando si stava peggio.
Cosa serve per fare l’autore televisivo?
Prima di tutto tanta passione. E’ un lavoro che non si fa non amando la tv. Una cosa che detesto in molti miei colleghi è quando dicono che la tv non la vedono. La tv l’ho sempre vista, e va vista per lavoro e per piacere. E poi ci vuole tanta pazienza: bisogna aspettare il momento giusto, il mercato è talmente saturo che non è così facile. Io ho iniziato da giovanissimissimo, avevo 19 anni e avevo appena terminato il Liceo. Ho fatto l’università in contemporanea.
Che studi hai fatto e come sei riuscito a inserirti?
Relazioni pubbliche allo IULM. Ci tengo a dirlo, non mi sono ancora laureato, ho ancora la tesi da fare. Sono partito facendo il figurante, poi sono passato in redazione, successivamente collaboratore testi. Per la prima volta, giovanissimo, è stata Daria Bignardi a Tempi Moderni, a darmi la possibilità di diventare autore. Da lì probabilmente per passaparola, penso di aver lavorato in maniera discreta, sono andato avanti. Non ho mai avuto paura di cogliere le occasioni. Se è una persona comunque è determinata e sa quello che vuole, prima o poi ci arriva.
Come nutri la tua creatività: tv, cinema, libri, giornali?
Ho la fortuna di dormire molto molto poco (ride). Pur lavorando durante il giorno vedo il più possibile di televisione e di film sfruttando nottetempo My Sky- esiste My Premium, così a Mediaset non si arrabbiano? (ride, ndDM). La lettura è per me fondamentale, però vorrei fare molto di più. E’ un periodo della mia vita nel quale, fortunamente, sto lavorando veramente tanto. Mi manca viaggiare, l’anno scorso per fortuna, grazie a Marco Bassetti che mi ci ha inviato, sono andato a fare l’autore a Secret Story in Francia.
Che esperienza è stata?
Ho lavorato con loro tre mesi come autore, e non da esterno. Prima di tutto la possibilità di vivere da cittadino a Parigi. Andare altrove ti apre sempre gli orizzonti, e in questo caso ho vissuto un periodo all’interno di un’organizzazione televisiva molto diversa, con i suoi pro e i suoi contro. Secret Story è un format che adoro, una ‘figata’ di format.
A proposito di Secret Story perché ad esempio non prevedono il live 24 ore su 24 per i telespettatori?
La Francia ha delle regole differenti, anche a livello di censura. In Francia puoi fare vedere ad esempio due uomini che si baciano sulla bocca. In Italia, a mio parere in maniera un po’ bigotta, invece non è possibile, così come è necessario fare la doccia in costume perché è ritenuto un momento intimo e personale. Ci sono in Francia delle ore in cui proprio per normativa non si può essere ripresi, dato che chi fa un reality è comunque considerato un lavoratore. Oltrettutto è un reality vero ma fortemente soapizzato, e soprattutto il gioco, il concorso domina le dinamiche. Il live viene considerato assolutamente inutile. Però hanno una fruizione molto diversa su internet: vedi momenti che nel day time non vedi, e viceversa. La soluzione è dunque molto intelligente, proprio perché doppia.
Da che cosa è nata la tua ‘convocazione’ in Francia?
Mentre loro erano fortissimi sull’aspetto del game, avevano bisogno di una figura nel loro team che si occupasse dell’aspetto soap, della parte relativa al racconto del reality. E siccome hanno pensato che in Italia fossimo i più bravi mi hanno chiesto di andare. A dire la verità, seppure il mio sia stato solo un piccolo aiuto, ci siamo messi a pensare in forma diversa. Sono stati molto carini con me, è stata un’esperienza fantastica.
Perché in Italia non si è mai scelto di introdurre nel Gf proprio l’elemento di mistero e di ‘spionaggio’? Perché ci siamo ‘arenati’ più sull’idea della soap?
Arenati, secondo me, non è il termine esatto. L’unico in fondo che ha fatto Secret Story veramente è la Francia, lì Grande Fratello, per il modo di pensare dei francesi, non ha avuto grande successo. Il format di Secret è stato uno spin-off. Pur parlando francese in maniera abbastanza buona mi sono scervellato per capire tutti i giochi di parole e la complessità del programma: per l’Italia è un tipo di trasmissione troppo difficile. Eventualmente dovrebbe essere introdotto con tanta attenzione…
In realtà La Talpa, che aveva queste dinamiche più complesse, è stato un format apprezzato…
A me piaceva tantissimo, mi dispiace molto che non venga riproposto, anzi spero che ritorni presto. Se già si pensava che comunque fosse un programma complesso, al confronto con Secret story è davvero elementare. Il programma francese è assolutamente giocato sul colpo di scena, filmicamente è paragonabile a quella scena in cui Kevin Spacey smette di zoppicare perché è colpevole (fa riferimento al film I soliti sospetti, ndDM).
L’hanno scorso con il blog abbiamo un po’ seguito il Gf tedesco che ha cercato di introdurre queste innovazioni…
Sì, hanno preso qualche elemento. Non più di tanto però. Quest’anno in Italia abbiamo cercato di fare un discorso simile con il momento del ponte dei sacrifici, la scelta di Amedeo e Chiara. In qualche modo andava a mutuare l’idea del segreto da raccontare. La stessa cosa con Mirko (la lettera sulla figlia, ndDM) in maniera più soapizzata. Quest’anno il Grande Fratello è stato molto soap, dinamica che ha pagato molto fino all’edizione precedente. Fino ad allora è stato un successo indiscusso. Non abbiamo introdotto quegli elementi perché non ce n’era bisogno.
Che ne pensi dell’idea del Grande Fratello africano di creare una piattaforma on line a pagamento per i momenti più hot e le docce? Non potrebbe essere una soluzione in Italia per aggirare il problema della censura?
Il discorso sul Grande Fratello è complesso. L’Italia è uno dei paesi in cui il programma è andato meglio, forse insieme alla Spagna, ma è anche la versione forse più lontana dagli eccessi di molti altri paesi. La cosa particolare è che il pubblico da un lato dice: oh, che trash!, mentre poi riceviamo maree di mail di protesta in cui chiedono perché i concorrenti facciano la doccia col costume. C’è un po’ di ipocrisia.
E’ anche una questione culturale quindi?
In Africa c’è un rapporto diverso con il corpo, è molto più esposto e naturale, ma al tempo stesso rappresenta ancora un tabù molto più che da noi. Da noi il massimo delle docce è stata Cristina Del Basso che si strizzava le tette e che faceva tra l’altro molto ridere. Quando ho montato quella clip ho messo come sottofondo la canzone Boys, boys, boys di Sabrina Salerno perché secondo me bisogna anche un po’ ridere.
Che rapporto hai con il web e con le critiche?
Sono un amante di Twitter, un avido lettore dei blog e dei commenti, anche sapendoli abbastanza pesare. So chi sono i lettori e quali commenti invece siano di colleghi. Va bene così, è uno strumento fantastico per il nostro lavoro. Su Twitter, che è senza filtri, ho instaurato un rapporto bellissimo con tanti ragazzi e adulti che mi scrivono e mi fanno domande. Il rovescio della medaglia è che dietro l’ipocrisia di un nickname si nascondano commenti e atteggiamenti spesso pesanti.
Faresti mai l’autore de L’Isola dei Famosi?
Ha già degli autori bravissimi, è un format molto bello.
Farebbe bene la Rai a investire ancora un altro anno sul programma?
Sì, senza dubbio. Credo che possa dare ancora tanto e che abbia trovato quest’anno un cast fantastico, fondamentale, proprio bello.
Si parla di crisi dell’autorato. Mancano gli autori o non c’è chi è disposto ad ascoltarli?
Vado abbastanza duro, eh? Non voglio più sentire frasi come ‘autori giovani’ o ‘gli autori di un tempo erano diversi’. Lungi da me paragonarmi ai grandi autori che però avevano a disposizione un panorama televisivo monopolistico. Era un altro mondo: avevano a disposizione cultura, tempo e denaro. Oggi, a mio parere, il panorama televisivo italiano è stato fermo troppo a lungo e ha rischiato di essere surclassato dai nuovi media. Noi autori quarantenni che lavoriamo in tv da vent’anni non siamo una generazione autoriale in crisi. Abbiamo avuto la fortuna di crescere all’interno della televisione più classica, ma oggi sappiamo di regia, di montaggio e utilizziamo tranquillamente programmi come Final Cut. Non vuol dire che ti sostituisci ai professionisti, ma si tratta comunque di capacità.
Che cos’è allora che non sta funzionando?
La crisi della televisione è più legata ai tempi e ai budget e, in qualche caso, come sempre accade nei periodi di difficoltà, la prima tendenza è stata quella di conservare. Il processo decisionale di un programma ha più fattori, non è concentrato solo sul gruppo autoriale. In molti anni gli autori non si sono potuti esprimere proprio liberamente. C’è tanta gente veramente molto capace nel mio ambiente. Tanta.
Articoli che potrebbero interessarti