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dicembre

Laura Pepe a DM: «Su Focus racconto la vita a Pompei, anche di notte. Gli antichi erano come noi ma non si sentivano immortali»

Laura Pepe

Rivivere Pompei oggi, con un tuffo nel passato che restituisce il fascino di una storia unica. Lontana nel tempo eppure non troppo dissimile dalla nostra. Su Focus, i segreti della città sigillata per l’eternità dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d. C, verranno raccontati e svelati in modo inedito da Laura Pepe, docente di Diritto greco antico all’Università degli Studi di Milano, nonché autrice di libri e saggi accademici su diritto penale e diritto di famiglia nell’antichità. Sul canale 35 del digitale terrestre, la divulgatrice sarà alla guida di tre speciali appuntamenti di prime time interamente dedicati a Pompei e in onda a partire da stasera, lunedì 6 dicembre, poi il 13 e 20 dicembre. Le prime due tappe del viaggio-inchiesta per la tv offriranno al pubblico uno sguardo nuovo e particolareggiato sulle abitudini diurne e notturne degli antichi pompeiani, come ci ha anticipato la stessa Laura Pepe.

Pompei ha tantissime cose da raccontare, ma proprio per questo non conta tanto quel che si racconta ma come lo si fa. Una storia può essere raccontata in tanti modi e noi abbiamo scelto di farlo attraverso le abitudini alimentari. Sarà una storia molto dettagliata su quel che facevano i nostri antenati e l’aspetto del cibo sarà proprio il fil rouge che connetterà le prime due puntate. Poi, nella terza, parleremo della vita quotidiana e sarà una cose veramente inedita.

Cosa racconterete?

Nessuno si era preso mai la briga di raccontare cosa succedesse a Pompei di notte, noi lo abbiamo fatto sulla base di alcune evidenze scientifiche e con l’aiuto di esperti. Abbiamo ricostruito e ipotizzato che anche di notte Pompei fosse una città viva e rumorosa, per il fatto che passassero dei carri pesanti per l’approvvigionamento alimentare. Si giocava a dadi, si esercitava la prostituzione. Anche molte delle famose scritte elettorali che tanto colpiscono i visitatori venivano spesso eseguite di notte, per non dare troppo nell’occhio. Il pane veniva preparato di notte, poi c’erano i banchetti che si protraevano fino a tardi e sempre nell’oscurità si commettevano pure degli illeciti. L’ingresso dei ladri nella abitazioni avveniva soprattutto di notte.

In cosa i pompeiani erano più simili a noi e per cosa invece si differenziavano?

Erano esseri umani come noi: i desideri sono rimasti sempre i medesimi, le pulsioni, la volontà di trasgressione. Molte delle attività quotidiane sono rimaste le stesse, perché il pane ancora oggi lo facciamo. Si differenziavano però nel fatto che la loro società fosse basata essenzialmente sul lavoro degli schiavi. A noi sembra aberrante ma nel mondo romano antico, seppur evoluto, la schiavitù era una cosa normale.

In diverse occasioni ha spiegato che noi stiamo rivivendo la storia. Cosa possiamo imparare da Pompei?

Ci distingue molto il fatto che noi ci sentiamo immortali, mentre loro sapevano di essere mortalissimi. Questa percezione della fragilità della vita umana apparteneva molto a loro, ma non a noi. Chiaramente anche loro furono sgomenti quando si videro sommergere dai lapilli e dalla cenere del Vesuvio, ma avevano un rapporto più facile con la morte. Il fatto di rivivere la Storia, in un momento di pandemia, ci mette di fronte al fatto che dobbiamo fare i conti con qualcosa che non vorremmo: la morte, la sofferenza.

Il pubblico è stato spesso abituato alla figura del divulgatore scientifico uomo. Un approccio femminile a questo mestiere quale diverso apporto può offrire?

Io ho avuto la fortuna di non aver mai la sensazione di appartenere a un genere considerato debole. Non è la prima volta che mi fanno notare che io sia una divulgatrice femminile in un contesto prevalentemente maschile, ma per me quello che conta non è il genere ma la competenza. Poi se ci sono tante donne a fare questo mestiere, ancora meglio.

Come docente universitaria, approfondisce e spiega la storia antica in ambito accademico. Ma cosa si prova a farlo proprio a Pompei?

L’emozione è sempre fortissima, sebbene non sia la mia prima esperienza a Pompei. Ritengo che l’attività di divulgazione sia il naturale completamento dell’insegnamento universitario. Non sono cose in contrasto. Il linguaggio chiaramente è differente, meno tecnico, ma il fine è lo stesso: divulgare cultura. La possibilità di farlo a un pubblico esteso è la sfida più grande. A Pompei mi è capitato di vedere gente che era lì dopo aver visto i miei documentari e questo vuol dire aver vinto una sfida.

Sul fronte televisivo, l’ulteriore sfida è forse quella del linguaggio. Che approccio ha scelto per portare al grande pubblico dei temi così articolati?

Questo è un tema molto interessante. Io utilizzerò le parole latine, non abbasso il linguaggio ma spiego un linguaggio difficile. Per cui nel documentario ci saranno termini latini sottotitolati, ma io detesto l’abbassamento del linguaggio perché questo vuol dire appiattire verso il basso. A me invece piacerebbe regalare qualcosa di più alto. Detesto le guide turistiche che parlano di spa anziché di terme, perché le spa non esistevano nell’antichità; siccome la parola terme non è difficile, bisogna utilizzarla. Per me è importantissimo un linguaggio alto, spiegato, e una grande precisione. Queste cose non possono mancare nel vocabolario di un buon divulgatore.

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