30
settembre

L’Ispettore Coliandro: ma come fa?

L'Ispettore Coliandro - Il Ritorno 4 - Giampaolo Morelli

L'Ispettore Coliandro - Il Ritorno 4 - Giampaolo Morelli

E’ un cult del piccolo schermo, con un suo pubblico di affezionati che da quindici anni lo sostiene e galvanizza. E’ una fiction diversa dalle altre, talmente tanto che spesso delle proprie “colleghe” può sembrare la caricatura. Con un personaggio principale nato in libreria e sopravvissuto sul piccolo schermo ad anni di vuoto e di attesa tra le prime quattro e le altre stagioni. E’ un caso da studiare, perchè L’Ispettore Coliandro è la negazione di qualunque costrutto narrativo seriale, l’opposto di ciò che il buon senso televisivo suggerirebbe, ma funziona così.

Con buona pace di tutti quegli autori che si sforzano – spesso senza riuscirci, ma questa è un’altra storia – di imbastire storie verosimili, ben articolate, ricche di colpi di scena soprattutto nei polizieschi, Carlo Lucarelli & co. raccontano vicende ai limiti del possibile, spesso anche poco efficaci, che servono solo a fare da contorno alle peripezie del protagonista e non appassionano granché.

Tutto ruota attorno a questo poliziotto goffo, guascone, che non impara mai niente dai propri errori, statico e immobile nel tempo, che sembra un fumetto e al quale tutto è concesso. Se all’epoca del suo esordio le Forze dell’Ordine in tv dovevano apparire ligie, senza sbavature, lui ha fatto sempre quello che gli pareva e oggi prosegue con un continuo turpiloquio, con ragionamenti sessisti e beceri che le femministe altrove condannerebbero.

Qui no, Coliandro può, celebrando la rivincita dei mediocri. Dopo quindici anni di onorato servizio Rai, questo antieroe è rimasto lo stesso ragazzino inaffidabile, la negazione di ciò che un poliziotto dovrebbe essere e dovrebbe comunicare, ma continua per la sua strada, portando avanti per molti una missione nascosta tra le righe della sua insensatezza. Qual è? Quella di raccontare in maniera forzata le brutture della società in cui viviamo, ridicolizzandole, sminuendo la serietà con le quale ci si approccia loro e trasformando anche i più temibili cattivi in esseri molto meno mostruosi, quasi stupidi, che non possono e non devono fare paura.

Una filosofia altissima, possibile, ma difficile da ricostruire quando ti ritrovi davanti un ispettore che, senza stare a fare ragionamenti cervellotici, null’altro sembra a primo sguardo che un caprone senza arte né parte, maleducato e fastidioso, al quale non affideresti neanche le buste della spesa. Interpretato da Giampaolo Morelli con necessari toni esagerati, teatrali quando non grotteschi, sui quali si sintonizza anche il resto del cast.

Ma il genio è tutto lì. Nell’aver creato una fiction ripetitiva, cristallizzata, che si prende gioco di tutto e tutti, che non fa particolare sforzi per sorprendere e che, pur non facendo ascolti stratosferici – perchè nemmeno quello la tocca – e in barba alle proposte più blasonate di cui pochi si ricorderanno nel tempo, ha un posto di tutto rispetto nella storia recente della serialità nostrana.



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