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ottobre

Fino all’Ultimo Battito: Marco Bocci salvi tutti

Fino all'Ultimo Battito - Marco Bocci

Fino all'Ultimo Battito - Marco Bocci

A volte Rai 1 torna indietro, mettendo da parte le storie moderne e dinamiche per rispolverare l’antico melò, che più melò non si potrebbe: drammi, coincidenze impossibili, scelte strazianti, lacrime a profusione e un eroe sfortunato, provato, che fa un sacco di errori ma per il quale si fa il tifo. Di recente qualcosa del genere si era visto in Vite in Fuga, con quel suo racconto forzato e a tratti  fantascientifico, ma Fino all’Ultimo Battito è l’esempio lampante di feuilleton piacevole da vedere, ma troppo esagerato per essere credibile.

La storia è quella di un medico, Diego, ricattato da un boss che ha scoperto il suo segreto più scottante: ha iniettato un vaccino antinfluenzale ad una ragazzina prossima al trapianto, così da provocarle qualche linea di febbre e “rubare” il cuore disponibile per suo figlio, malato a sua volta. Una cosa terribile, che farebbe rivoltare Ippocrate nella tomba, ma che gli si deve perdonare in nome della genitorialità.

Convivere con quell’errore sarebbe già di per sé sufficientemente pesante per Diego, la cui coscienza grida, ma a peggiorare le cose arriva quel ricatto, che lo porta a commettere altri errori e lo rende schiavo, lo spinge a testimoniare il falso per far uscire il boss dal carcere e mette sulla sua strada una glaciale femme fatale che Nikita, scansati.

Se a tutto questo aggiungiamo le solite fughe rocambolesche dal carcere, i poliziotti inermi che non si sa dove abbiano fatto addestramento, i boss onniscienti e qualunque regolare procedura legale violata, il quadro è completo. Ma la cosa geniale è che, una volta visto l’inizio di tutto ciò, il telespettatore provi il bruciante desiderio di andare avanti per vedere cos’altro può accadere al povero disgraziato.

Un disgraziato che ha la fortuna di essere interpretato da un Marco Bocci in stato di grazia, intenso e capace di dare anima e spessore ad un racconto altrimenti superficiale. E’ lui, l’attore protagonista, a scaldare il pubblico ed emozionarlo, dando alla fiction la possibilità di riscattarsi e guadagnare punti. E’ lui a trascinare un cast per il resto stereotipato, con Fortunato Cerlino che fa ancora una volta il boss, Loretta Goggi che dà vita all’ennesima nonna impicciona e Bianca Guaccero che, nell’interpretare la femme fatale di cui sopra, perde ogni traccia di spontaneità.

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4 Commenti dei lettori »

1. stefanor ha scritto:

4 ottobre 2021 alle 10:47

d’accordissimo con il commento di Davide, anche se questa fiction non la paragonerei proprio a Vite in fuga, troppo emozionante questa e piena di suspence da essere paragonata a ”fino all’ultimo battito” un brutto ”pastiche”, che ha voluto mettere gli ingredienti piu’ in voga adesso come p.es. i drammi in ”corsia”, ma DOC e’ veramente tutta un’altra stoffa!!!! Dispiace che Cinzia TH Torrini sia la regista perche’ ha sempre dato modo di saper gestire al meglio le fiction da lei proposte, ma qui purtroppo la sua mano e’ irriconoscibile…



2. nina2 ha scritto:

4 ottobre 2021 alle 21:44

Ma come si fa a definire questa serie (brutta) un melò?
Il protagonista non deve conquistare nessuna dama, non abbiamo storie passionali e impossibili… quello è melò.
Qui il protagonista è trascinato all’inferno della mafia e si confronta con la parte più oscura di sè mentre inizia a tradire tutto quello in cui crede, la sua donna, la sua famiglia.

SI CHIAMA NOIR.

E la serie è brutta. Purtroppo.
La Torrini non c’entrava nulla, e concordo con il commento sopra, il risultato finale è un pastiche, altro che DOC o altri medical.

p.s. nemmeno Vite in fuga era un melò. Ripassatina ai generi?
Rivombrosa? Tre rose? Terra Ribelle? Vita promessa? Quelli sono melò.



3. Nina2 ha scritto:

9 ottobre 2021 alle 10:37

Ma come si fa a definire questa serie (brutta) un melò?
Il protagonista non deve conquistare nessuna dama, non abbiamo storie passionali e impossibili… quello è melò.
Qui il protagonista è trascinato all’inferno della mafia e si confronta con la parte più oscura di sè mentre inizia a tradire tutto quello in cui crede, la sua donna, la sua famiglia.

SI CHIAMA NOIR.

E la serie è brutta. Purtroppo.
La Torrini non c’entrava nulla, e concordo con il commento sopra, il risultato finale è un pastiche, altro che DOC o altri medical.

p.s. nemmeno Vite in fuga era un melò. Ripassatina ai generi?
Rivombrosa? Tre rose? Terra Ribelle? Vita promessa? Quelli sono melò.
Just saying.



4. Stefania Stefanelli ha scritto:

9 ottobre 2021 alle 15:00

@Nina2: melò sta per melodramma, che non è un genere per forza strettamente romantico. Ma, anche se fosse, il protagonista che si lascia coinvolgere sentimentalmente dalla dark lady, nonostante il folle amore per la moglie, sarebbe sufficiente a farlo rientrare nella categoria. Più in generale, si usa il termine ‘melodramma’ anche per indicare un comportamento troppo teatrale o un racconto che, pur partendo con altre intenzioni (noir, medical, etc) cade inutilmente nello strappalacrime ad oltranza. Come questo.



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