26
aprile

Anna: un poetico pugno allo stomaco

Anna

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In molti potrebbero storcere il naso guardando la nuova serie Sky Anna. La troveranno inopportuna dal momento che racconta un futuro distopico nel quale un virus ha distrutto il mondo, proprio mentre siamo alle prese con una pandemia che ha ‘distrutto’ la nostra quotidianità. Ma quest’urlo di dolore firmato da Niccolò Ammaniti, pur nell’angoscia in cui lancia lo spettatore, è in grado addirittura di rincuorare.

Quello che il Covid ha causato sembrerà meno globale e definitivo rispetto a ciò che ha causato La Rossa in scena: ha ucciso tutti gli adulti, lasciando i bambini da soli, gli uni contro gli altri, in un contesto ostile nel quale vivono allo stato brado, cancellando tutto quanto il progresso aveva offerto loro e costringendoli a procacciarsi il cibo, vivere al buio e fare i conti con la morte e l’abbandono. Il peggiore incubo di qualsiasi genitore, e forse anche di tutti gli altri, perchè i bambini sono destinati a crescere e, non appena adulti, a morire.

In questa disperazione lacerante, sottolineata da un attento lavoro di scenografia e fotografia, si muove Anna, una bambina che ha promesso alla sua mamma di proteggere il fratellino Astor e, dunque, è diventata grande, il capofamiglia, il punto di riferimento. Il cadavere della mamma giace sul suo letto circondato da fiori, ormai decomposto perchè nessuno lo ha portato via, e vedere i suoi figli che ci girano intorno è un pugno nello stomaco, che commuove e gela.

Quello che la cruda narrazione regala è un’inattesa possibilità, la speranza che la protagonista possa trovare un modo per cambiare le cose e, così gracile e indifesa, salvare il mondo. Il suo viaggio diventa un cammino di riflessione e redenzione, per lo spettatore più che per lei, nelle cui tappe si (ri)scopre quali siano le cose davvero importanti e tante paure celate vengono fuori, trovando nuove forme per palesarsi e per farsi esorcizzare.

Non è una serie semplice, non è per tutti, ma con un atto di fede se ne può scoprire la poesia. Insieme alla consapevolezza che realizzarla dev’essere stato tutt’altro che facile: non solo per la devastazione totale che è stato necessario ricreare, quanto per la difficoltà di girare con un cast composto quasi esclusivamente da bambini e adolescenti, calati in un contesto di accoltellamenti, violenza e panico crescente che, benché finto, poteva turbare. Anche per questo la loro interpretazione, in particolare quella di Giulia Dragotto e Alessandro Pecorella (Anna e Astor), emoziona.

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