28
settembre

AMANDA KNOX, SU NETFLIX ARRIVA IL DOCUMENTARIO. I REGISTI A DM: LE SCENE DI SANGUE? VOLEVAMO CHE TUTTI RICORDASSERO LA TRAGEDIA

Amanda Knox

O sono una psicopatica travestita da agnellino, o sono come voi“. Amanda Knox fissa la telecamera. I suoi occhi di ghiaccio interrogano, scuotono. Ancora oggi inquietano. La testimonianza diretta della ragazza di Seattle due volte condannata e due volte assolta per l’omicidio di Meredith Kercher è raccolta nel documentario di Netflix che ripercorre – con immagini ed interviste – l’efferato delitto di Perugia e i suoi risvolti mediatici. Il film, intitolato proprio Amanda Knox, sarà disponibile sulla piattaforma di streaming da venerdì 30 novembre. Lo abbiamo visto in anteprima ed abbiamo incontrato i registi americani Rod Blackhurst e Brian McGinn, che per cinque anni hanno lavorato alla pellicola.

Perché avete deciso di fare un documentario proprio su questa vicenda?

Rod Blackhurst: Abbiamo iniziato a lavorare al film nel 2011, il nostro interesse è stato cercare di capire come questa storia avesse potuto diventare tale nel corso di quattro anni, perché fosse così presente sui media. Volevamo capire perché una tragedia fosse diventata una sorta di contenuto di intrattenimento a livello mondiale. Abbiamo cercato di guardare alle persone, alla loro storia.

Nelle vostre interviste Amanda appare come una figura contraddittoria, ambivalente. Non avete temuto potesse mentirvi?

Brian McGinn: Tutti in realtà avrebbero potuto mentirci, ma il nostro lavoro non era quello di giudicare, infatti tutti hanno avuto la possibilità di esprimersi con le loro parole. Il film voleva dare la possibilità a queste persone di parlare direttamente con il pubblico, che poi deciderà a chi credere e a chi no. Abbiamo agito dopo il verdetto della Cassazione, perché il documentario non vuole essere incentrato sul caso legale, che ormai è chiuso, né chiedersi chi è innocente o colpevole. Volevamo piuttosto capire il perché di tanto interesse: ci sono tanti processi per omicidio in tutto il mondo ma pochi attraggono tanta attenzione. Intendevamo anche creare una sorta di meta-discussione e di narrativa su come era affrontato il caso. Lei ha detto che ci sono due Amande e in effetti ci sono due narrative differenti: ci interessava capirne il motivo.

Secondo voi perché in Italia questo caso ha avuto una tale eco mediatica?

Brian: Secondo noi l’interesse è ruotato tutto attorno ad Amanda e forse a questa lotta creatasi tra due culture. Negli Stati Uniti, ad esempio, c’è stata una discussione sul fatto che la Segretaria Clinton stesse cercando di influenzare il sistema giudiziario italiano, che gli americani non conoscevano e non capivano. Questi sono tutti elementi che aggiungono interesse a livello internazionale. Inoltre i due principali imputati erano un’americana e un italiano, e questo ha contribuito ulteriormente.

Nel documentario, soprattutto all’inizio, ci sono scene macabre e di sangue. Perché questa scelta?

Rob: Volevamo che tutti ricordassero che questa storia è cominciata da un tragedia. Ormai non si parlava del fatto che una povera vittima avesse perso la vita ma la storia e il suo racconto si incentravano su altro, proprio per creare coinvolgimento. Volevamo iniziare proprio dalla scena del crimine, perché spesso le persone se ne dimenticano, visto che poi questa storia è stata gonfiata talmente tanto.

Brian: Una cosa molto importante nel processo di preparazione del film è che noi non abbiamo creato sensazionalismo. Volevamo far sì che le persone che vedevano il nostro documentario non vedessero sensazionalismo e quindi abbiamo cercato di tenerlo molto equilibrato.

Perché non avete intervistato Rudy Guede, che è l’unico condannato per l’omicidio di Meredith?

Rob: In realtà abbiamo cercato di metterci in contatto con lui e il suo avvocato, Valter Biscotti, ha voluto parlare per conto suo. In ogni modo ci piacerebbe davvero molto poterlo intervistare.

Avete parlato di due culture, quella italiana e quella americana: secondo voi questi due pubblici accoglieranno in modo diverso il vostro docufilm?

Brian: Noi stiamo facendo vedere il film in tutto il mondo e abbiamo notato che la lente culturale con cui ognuno guarda questo documentario può influenzare il modo in cui lo si vede. Le persone guardano a questa storia in modo diverso e anche i suoi protagonisti hanno prospettive e punti di vista completamente diversi. Amanda, ad esempio, racconta che quando voleva venire in Italia si immaginava di bere buon vino e mangiare buon cibo, di vivere una storia romantica. Questa è l’idea che all’estero molti hanno dell’Italia. Quando invece si vede il pm Mignini accusare Amanda di aver calunniato Lumumba, lui parla della Knox come di una ragazza con caratteristiche ‘anarcoidi’. E aggiunge: ‘magari questo è tipico di Seattle’. Si vede proprio che tra queste persone c’è un divario culturale, anche nella comunicazione. Questo accade per ogni cultura in tutto il mondo.

Personalmente che idea vi siete fatti di Amanda? In Italia qualcuno ritene che sia stata una grande attrice…

Rob: Quello che abbiamo visto è che i protagonisti di questo documentario sono molto più complessi rispetto all’idea che ci si è fatti di loro. Sono in realtà delle persone reali: Mignini e Amanda sono esseri umani, hanno pregi e difetti come tutti. Loro però sanno che le persone li guarderanno e giudicheranno sempre, sono come intrappolati in questa cosa e quello che loro fanno li definirà sempre. Questo caso li coinvolgerà per tutto il resto della loro vita.

Brian: Abbiamo pensato molto al fatto che le persone coinvolte nel documentario potessero diventare delle ‘celebrities’. Amanda ad, esempio, quando torna a Seattle afferma che tutti ora conoscono la sua vita privata e sessuale, la riconoscono e lei afferma: ‘tutti pensano di conoscermi ma realmente non sanno chi io sia’. Mignini dice che molte persone lo fermano per strada. Diciamo che sono stati tutti come intrappolati in questa situazione.



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