20
dicembre

IL DONO, UN PROGRAMMA BEN FATTO CHE METTE KO

Il Dono - Marco Liorni

Sarà che il sabato sera di solito si balla, si canta e ci si diverte. Sarà che si finisce per empatizzare subito con il dolore sincero degli altri, specie quando viene portato sul familiare schermo della tv. Sarà per questi e per tanti altri motivi, ma Il Dono – partito ieri, sabato 19 dicembre 2015, su Rai 1 – è un programma difficile da affrontare per il telespettatore, visto l’enorme carico di emotività che si porta dietro.

Il Dono: un eccessivo carico di emotività nel sabato sera di Rai 1

Quattro storie per ogni puntata, ognuna a suo modo drammatica, senza mai un momento di leggerezza che possa spezzare la tensione. Un tuffo lungo due ore nella paura, nella vergogna, nell’angoscia e nella commozione: da una parte coloro che chiedono un perdono che forse non meritano e che con la loro richiesta scatenano soprattutto rabbia e rigetto; dall’altra chi ringrazia per aver avuto un’altra occasione e porta con sé racconti fatti di morte e dolore vero, che colpiscono duro.

Madri che hanno perduto figli, figli cresciuti senza i propri genitori, persone messe in ginocchio da tragedie improvvise e morti violente sono gli ingredienti principali di un programma intimista, che non punta sulla spettacolarizzazione e che quasi annulla il mezzo televisivo, “aggredendo” il pubblico con la sua delicatezza e lasciandolo a tratti inerme. La telecamera finisce quasi per essere il testimone silenzioso di un racconto che il protagonista fa al conduttore e chi guarda si immedesima, sì, ma un po’ si sente quasi in colpa ad “origliare”.

Il Dono: un programma tecnicamente ineccepibile ma troppo cupo

Sicuramente buono il lavoro autorale, che ha preso uno dei generi più usati e sfruttati che mai – l’emotainment nazionalpopolare – e lo ha ripulito di tutti i fronzoli possibili, curando nei dettagli la ricostruzione delle storie e sviscerandole, fino a lasciar parlare silenzi e primi piani. Discreto anche quello dei conduttori, che hanno mantenuto ognuno il proprio stile: Marco Liorni quello del giornalista imparziale che si sforza di non giudicare, Paola Perego quello dell’amica affettuosa che cerca di spronare e consolare.

Tecnicamente un programma fatto bene, nonché un esperimento interessante che annulla i confini dati dallo studio televisivo e mostra la cruda realtà più di un reality e di un tg. Ma non si può fare a meno di chiedersi perchè il pubblico debba passare un’intera serata dell’agognato weekend a boccheggiare tra le lacrime quando la vita, per l’appunto, è già tanto dura di suo.

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4 Commenti dei lettori »

1. Peppa ha scritto:

20 dicembre 2015 alle 11:57

In poche parole sto programma è una lagna.



2. Ale ha scritto:

21 dicembre 2015 alle 06:38

Andatelo a spiegare a chi li fa sti programmi e a chi decide di metterli in onda il sabato sera. W il varietà forever



3. Cris ha scritto:

21 dicembre 2015 alle 11:36

Io credo che questi spettacoli ledano la dignità, della vittima e del carnefice, del buono e del cattivo. In un’ottica sociale molte sono le porzioni finte, non attendibili. Vestiti, case, volti, vita difficile, sofferenza. Esiste poi un regolamento che vieta ai trapiantati di conoscere i familiari del donatore. Anche io ho desiderato conoscere chi mi aveva cambiato la vita. Credo che la TV debba fare anche cultura. Quella che informa e produce cambiamenti. Quella che ti aiuta a non lasciare le persone amiche a mani vuote. Con doni intangibili.



4. ellis ha scritto:

21 dicembre 2015 alle 15:00

io dico che sicuramente non e’ un programma da sabato sera, che a parte la fortissima storia del piccolo donatore (fra l’altro anche io mi chiedo: ma c’e’ la privacy anche x fare le tessere punti al super e qui si mostrano volti e nomi?)
ecco detto questo, storie ritrite ed inutili al pari di un peggiore C’e’ posta x te!
sulla Perego vabbe’ non voglio infierire oltre…



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